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Fiat: vizi privati e costi pubblici

di Tito Boeri 15.10.2002
Non sappiamo come e quando la trattativa sul destino di Fiat Auto si concluderà. Ma una cosa sembra certa: alla fine lo Stato interverrà ..........
Fiat: vizi privati e costi pubblici

Non sappiamo come e quando la trattativa sul  destino di FIAT Auto si concluderà.  Ma una cosa sembra certa: alla fine lo Stato interverrà trasferendo, almeno in parte, gli oneri di un fallimento industriale dalle spalle del management e della proprietà a quelle dei contribuenti.  Non lo farà per ragioni di strategia industriale: non è affatto ovvio che oggi l'Italia debba ancora puntare sull'auto, né che si debba, a tutti i costi, perché di questo si tratta, salvaguardare la nostra impresa simbolo. Eppure lo Stato interverrà, pagando un prezzo elevato e generando forti iniquità, perché non è politicamente e socialmente possibile affrontare una crisi di queste dimensioni affidandosi agli ammortizzatori sociali di cui disponiamo.  Tutto si regge su di un ricatto incrociato. Vediamo perché. 

 

Gli ammortizzatori automatici….

Gli  8100 lavoratori Fiat in esubero tra Arese, Cassino, Termini Imerese e Torino avranno diritto, tra Cassa Integrazione e mobilità, ad una retribuzione pari all'80 percento del loro ultimo stipendio (fino ad un massimo di circa 900 euro) per 24 mesi. Dopodiché, se con più di 40 anni, potranno fruire per un altro anno (due nel caso degli over-50) di un sussidio pari al sessanta per cento della loro ultima retribuzione. Per i lavoratori meridionali, esiste anche la possibilità di estendere la durata del sussidio di altri 12 mesi. Alla fine di questo tortuoso percorso, il sistema sociale italiano non prevede altri ammortizzatori sociali automatici.  Per i lavoratori in esubero, dunque, l'unica via di fuga dalla povertà sarebbe quella di riuscire a trovare un nuovo impiego.  Non esiste da noi un reddito minimo garantito, un sistema che impedisca a chiunque di avere un reddito al di sotto di una soglia di povertà prestabilita, come avviene in tutti i paesi della UE ad eccezione di Grecia e Italia.

 

… e quelli discrezionali

In Italia esiste, invece, un altro istituto, talmente costoso da essere accessibile solo da pochi, anzi pochissimi. Si chiama mobilità lunga, garantisce ai lavoratori interessati la possibilità di essere sussidiati fino all'andata in pensione. Quali sono le condizioni per accedere alla mobilità lunga?  Non è dato saperlo. Il nostro ordinamento, infatti, non le specifica. Le regole d'accesso vengono decise dal governo di volta in volta e dipendono esclusivamente da considerazioni di natura politica e sociale, il che innesta un gioco perverso di ricatti incrociati fra governo e grandi imprese.  

 

I loro costi

Quanto costa ai contribuenti la mobilità lunga?  Molto.  Solo per Termini Imerese, uno stabilimento con manodopera relativamente giovane, il costo potrebbe essere superiore ai 225 milioni di euro.  Se contiamo l'indotto, circa 1000 lavoratori con salari più bassi, ma anche più giovani, si aggiungerebbero almeno altri 150 milioni di euro.   Ad Arese, Cassino e Torino, il cammino dalla mobilità alle pensioni di anzianità sarà più breve, ma richiederà comunque il ricorso alla mobilità lunga perché i lavoratori più anziani sono già stati licenziati, con la "rottamazione" dei lavoratori più vicini alla pensione compiutasi fra luglio e settembre: 2887 esuberi nella casa madre e 575 in società del gruppo (Powerpoint e Purchasing, si veda BERTOLA). Contando anche un terzo dei costi delle pensioni di anzianità (circa un 30 per cento degli aventi diritto non vi accede) si arriva ad un costo totale dei provvedimenti ad hoc per fronteggiare gli esuberi FIAT già annunciati vicino ai 600 milioni di euro. 

 

Le iniquità

Certo, la posizione dei lavoratori Fiat, specialmente quelli meridionali, è tutt'altro che invidiabile, ma è bene sapere che lo stesso trattamento non è concesso ai lavoratori licenziati in altri settori e certamente non è concesso ai lavoratori licenziati dalle imprese più piccole. Il nostro stato sociale discrimina a seconda della provenienza di diversi disoccupati, come se esistessero disoccupati di seria A e disoccupati di serie B. Per i lavoratori in esubero dalle piccole imprese, non solo non è prevista la mobilità lunga, ma neanche quella "corta" e neppure la Cassa Integrazione Straordinaria. Per questi disoccupati di serie B, 6 mesi dopo il licenziamento, l'unico modo di evitare il rischio di povertà consiste nel trovare un nuovo lavoro.

 

Vi sono poi altre iniquità, non meno stridenti.  E' fuori di dubbio  -- lo spiegano con dovizia di particolari Bodo e Gavosto, profondi conoscitori della FIAT  -- che la crisi attuale abbia radici in errori del management.  Eppure l'ex amministratore delegato della Fiat, Paolo Cantarella, ha ricevuto una liquidazione pari a 20 milioni di euro, un valore pari a 4 mesi di stipendio per i 1.800 lavoratori di Termini Imerese messi in esubero.  Fonti attendibili valutano la liquidazione di Cesare Romiti ben al di sopra dei 100 milioni di euro, poco meno della metà del costo della mobilità lunga nello stabilimento siciliano.  La proprietà, si dice, paga già con la caduta dei prezzi dei titoli.  Ma senza interventi esterni, FIAT Auto è un'impresa in bancarotta.  E' la prospettiva del salvataggio con intervento pubblico che impedisce la caduta verticale del corso dei titoli.

 

Inevitabile?

Per rimediare a queste iniquità occorre spezzare il ricatto incrociato.  Servono istituti di protezione automatici, cui si possa accedere indipendentemente dal potere contrattuale dell'impresa cui si appartiene. Il Governo sostiene che mancano le risorse per farlo. Eppure i costi dello status quo sono ancora più alti, come prova la vicenda FIAT.  Costruire un sistema serio di ammortizzatori sociali che impedisca a tutti per sempre di cadere in condizioni di indigenza costerebbe circa 3 miliardi di euro.  Tra ammortizzatori e salvataggio industriale rischiamo di spenderne poco meno per la sola FIAT.  Non si è mai visto un simbolo costare così tanto! 

 
Replica del Ministro Maroni

Egregia redazione de www.lavoce.info, vi chiedo la cortesia di potere replicare alle affermazioni inesatte del prof. Boeri ieri oggetto di un articolo sul sito.

Il prof. Boeri fa riferimento alla cosiddetta mobilità lunga come strumento che il Governo si appresterebbe ad utilizzare per la gestione degli "esuberi" della Fiat. Contrariamente a quanto egli afferma, tuttavia, l'istituto della mobilità lunga (che ha rappresentato l'espressione più visibile della negazione di una politica attiva del lavoro) oggi non fa più parte dell'ordinamento normativo italiano. Per ripristinarlo, dunque, sarebbe necessario un apposito provvedimento legislativo. Peraltro, la mobilità lunga utilizzata nel recente passato prevedeva, per i periodi eccedenti la mobilità ordinaria, che gli oneri relativi all'indennità di mobilità e ai contributi figurativi fossero a totale carico delle imprese, senza che si determinasse un aggravio diretto per il bilancio pubblico. L'utilizzo degli ammortizzatori sociali nella crisi della Fiat dovrà quindi necessariamente partire dal quadro attualmente disponibile ereditato da questo Governo, e non potrà che derivare da un intenso dialogo sociale, che tenga conto non solo delle esigenze dei lavoratori dell'azienda torinese ma anche delle necessità di quanti lavorano nell'indotto automobilistico.

Nessun tipo di "ricatto", quindi, da parte del Governo, come invece sorprendentemente sostiene Boeri.

L'intervento degli ammortizzatori sociali sarà l'ultimo atto di una complessa trattativa tra le parti e dipenderà dalle prospettive di sviluppo industriale che verranno prospettate dall'azienda. Solo quando sarà definito un solido e pluriennale piano industriale diverrà possibile valutare forme, modalità e tipologie degli interventi a sostegno della occupabilità e del reddito dei lavoratori sospesi dalle attività produttive, al fine di un loro rapido reimpiego e del contrasto a forme di esclusione sociale.

Vorrei qui ricordare, peraltro, che l'attuale assetto degli ammortizzatori sociali, così iniquo e così inefficiente, è figlio dei fallimenti del precedente Governo che, prigioniero di posizioni assistenzialiste e massimaliste, mai è riuscito ad esercitare una delega concessa dal Parlamento per la loro riforma. Anche per questo motivo, l'Italia ha dovuto subire continui richiami dalla Commissione Europea, non essendo stata coerente con la Strategia Europea per l'Occupazione, approvata dal Consiglio Europeo di Lussemburgo e rafforzata in quello di Lisbona.

Questo Governo, invece, sin dal suo insediamento, attraverso un lungo, difficile ma responsabile dialogo sociale con tutte le parti sociali, ha avviato una strategia per rafforzare la tutela del rischio della disoccupazione con l'obiettivo di passare da un regime di tutele rigide e spesso inefficaci nell'ambito dei singoli rapporti di lavoro ad un regime di tutele nel mercato che favorisca l'occupabilità e la mobilità del lavoro. Una strategia perfettamente coerente con gli orientamenti dell'Unione Europea, ribaditi da ultimo nel Consiglio Europeo di Barcellona, oggetto di ampie convergenze con i maggiori Paesi dell'Unione, come nel caso della dichiarazione congiunta Berlusconi-Blair.

L'introduzione e lo sviluppo di schemi welfare to work non è più rinviabile, se vogliamo innalzare il tasso di occupazione, allungare l'età lavorativa, ridurre l'esclusione sociale. Pertanto, spostare la protezione nel mercato significa assicurare, attraverso un efficiente funzionamento del mercato e politiche del lavoro adeguate, l'occupabilità della persona, che sia in cerca di prima occupazione o che abbia senza colpa e non per propria iniziativa perduto un posto di lavoro e ne stia attivamente cercando un altro.

Per questo motivo, il Governo, prima attraverso il Libro Bianco sul mercato del lavoro, successivamente con la legge delega, approvata al Senato e attualmente in discussione alla Camera e, infine, con il Patto per l'Italia, ha disegnato, da un lato, una serie di misure per migliorare il meccanismo di incontro tra domanda e offerta di lavoro, quali la riforma dei servizi all'impiego, la liberalizzazione regolata del collocamento, attraverso l'intervento anche di operatori privati, l'introduzione di una "borsa" continua del lavoro. Dall'altro, esso ha sviluppato un quadro di politiche del lavoro fondate sulla stretta connessione tra sostegni al reddito e formazione, stanziando nuove risorse finanziarie per l'innalzamento dell'indennità di disoccupazione e rafforzando il legame tra percezione delle prestazioni monetarie di sostegno al reddito e politiche attive, coinvolgendo in questa azione anche le parti sociali, attraverso la valorizzazione delle esperienze e degli strumenti della bilateralità.

Nel riordino degli ammortizzatori sociali il Governo intende promuovere, così come previsto nel Patto per l'Italia insieme alle parti sociali e alle autorità regionali e locali, una forma di reddito di ultima istanza per coloro che si trovano in situazioni di disagio estremo. Tuttavia, ciò va fatto passando attraverso una valutazione critica dei risultati derivanti dalla sperimentazione del reddito minimo di inserimento, peraltro limitata a pochi comuni. Una sperimentazione che non ha conseguito gli obiettivi di inserimento al lavoro che doveva garantire e che ha evidenziato, soprattutto nelle realtà meridionali, pericolose distorsioni e il ritorno a pratiche assistenzialiste che nulla hanno a che fare con la lotta al lavoro irregolare, il contrasto all'esclusione sociale e il reinserimento nel mercato del lavoro.

Ridurre le distorsioni e le iniquità nel mercato del lavoro sono gli obiettivi delle iniziative fin qui condotte dal governo. Il Patto per l'Italia ha ribadito che l'obiettivo comune delle politiche per la competitività e di quelle per l'inclusione sociale è la valorizzazione delle risorse umane e il conseguimento di un più elevato tasso di occupazione. La crisi della Fiat è anzitutto un problema di strategia industriale a cui si deve fare fronte con scelte di politica economica ed industriale adeguate ai tempi e alle situazioni. L'intervento degli ammortizzatori sociali, purtroppo non ancora riformati, sarà volto a garantire che le conseguenze sociali non assumano dimensioni drammatiche, esplorando però anche strade innovative affinché anche in Italia trovino finalmente spazio reali politiche attive del lavoro. 

 

Roberto Maroni

Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali

 

 

Risponde Tito Boeri:

 

"Ringrazio il Ministro per la dettagliata risposta. Nel mio articolo scrivevo che la mobilità lunga, per essere attivata, richiede provvedimenti ad hoc.  Prendo atto del fatto che il Ministro Maroni non intende promuovere iniziative legislative che comportino il ricorso alla mobilità lunga per la Fiat Auto (come nel caso del decreto da lui firmato il 25 settembre 2002 in ottemperanza ad una legge del 1998) .
Mi compiaccio di leggere una decisa presa di posizione a favore del reddito minimo garantito.  Sono concorde che i risultati della sperimentazione di questo istituto vanno esaminati con attenzione.  Per questo mi auguro che il Ministro renda finalmente pubblico nella sua interezza il rapporto di valutazione e metta i dati relativi a disposizione della comunità scientifica."

 

Per saperne di più sugli ammortizzatori sociali