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I parametri del Patto di stabilità: intoccabili, cervellotici o incompleti?

di Riccardo Fiorito 17.09.2002
E’ forte il rischio che la discussione sul patto di stabilità si polarizzi intorno a due posizioni contrapposte: chi ritiene che i parametri siano intoccabili e chi ritiene siano ..........

E' forte il rischio che la discussione sul patto di stabilità si polarizzi intorno a due posizioni contrapposte: chi ritiene che i parametri siano intoccabili e chi ritiene siano cervellotici e ne dà un giudizio negativo (1). I parametri in questione sono in realtà ritoccabili e non cervellotici e forse devono essere integrati con qualche regola semplice (almeno aritmeticamente!) che colleghi esplicitamente le finalità di breve con quelle di più lungo periodo.

Il parametro del 60% nel rapporto debito/pil, ad esempio, non era solo vicino al dato medio per i paesi europei all'epoca del Trattato ma è anche il valore che stabilizza tale rapporto per un Pil nominale che cresce al 5% in presenza di un deficit pubblico (indebitamento netto della PA) pari al 3% del Pil. A sua volta, il limite del 3% posto al rapporto deficit/pil è di fatto molto simile alla quota destinata in molti paesi alle spese in conto capitale che oltre agli investimenti fissi includono anche i trasferimenti in conto capitale della PA.

Da questo punto di vista non sembra, quindi, che vi siano particolari ragioni per introdurre una clausola aggiuntiva sugli investimenti pubblici: sia perché essa rappresenterebbe un ulteriore vincolo alle scelte di politica fiscale sia perché si presterebbe ad avviare un contenzioso con l'Eurostat di cui non si avverte il bisogno. Infine, è dubbio che tutti gli investimenti siano sempre e comunque da preferire a spese correnti come, ad esempio, l'istruzione i cui effetti sulla crescita sono generalmente riconosciuti.

Al di là delle polemiche governative per giustificare promesse e previsioni chiaramente fallaci, i fautori della modifica del Patto di stabilità hanno essenzialmente sottolineato i seguenti punti:

1.necessità di distinguere tra spese correnti e spese per investimenti

Come già accennato, uno sguardo ai dati della spesa pubblica in Europa mostra che la quota degli investimenti è stata negli ultimi venti anni quasi sempre contenuta entro il 3% ed anche che tale quota si è notevolmente ridotta in presenza di un'elevata spesa per interessi e dell'inflessibilità delle spese correnti legate al reddito. Formalizzare, quindi, la distinzione tra spese correnti e non, introdurrebbe solo ulteriori rigidità, finendo presumibilmente con il ridurre – come in effetti è avvenuto – la quota dei consumi pubblici, parte dei quali può essere altrettanto o più produttiva di investimenti mal selezionati.

2. utilizzare parametri di riferimento ciclicamente aggiustati

Le recessioni classiche (NBER) sono riduzioni assolute nel livello di attività e sono come tali poco frequenti, intense e di breve durata. Se invece, costruiamo cicli intorno ad un trend, tendiamo a valutare come recessive anche situazioni in cui l'economia cresce rispetto ai dati precedenti ma si trova, comunque, al di sotto del trend. Accade così che una procedura statistica nata per esigenze di stima possa diventare un mezzo per incoraggiare deficit permanenti: le fasi di recessione diventano, infatti, altrettanto frequenti di quelle di espansione e nulla conta il fatto che le recessioni ‘vere' si contino, invece, sulle dita di una mano! Credo, quindi, che non casualmente il Patto di Stabilità definisca gli episodi recessivi come tassi di variazione annui piuttosto che come deviazioni da un trend, comunque ottenuto o interpretato.

3. collegare deficit e debito: una proposta

Nel Patto di stabilità si intravede la necessità di collegare la regola a breve termine sul deficit con una regola per ora assente sul debito sulla cui importanza si è già soffermato Giavazzi. Forse, un modo semplice per introdurla potrebbe essere l'adozione di una soglia per il massimo disavanzo consentito che varii inversamente rispetto all'eccesso di debito pubblico. In questa regola il parametro del 3% (o altro numero sensato) è il valore massimo consentito per un debito pubblico pari all'obiettivo del 60% (o altro numero sensato). Se, invece, il rapporto debito/pil è minore dell'obiettivo, il deficit consentito potrebbe aumentare – poniamo - dello 1% della differenza tra il rapporto debito/Pil osservato e quello prescelto. Ciò significa anche che se il rapporto debito/Pil eccede l'obiettivo, la soglia massima per il disavanzo si ridurrà dello 1% della differenza tra le due grandezze.

Ulteriore flessibilità può essere ottenuta mantenendo le attuali deroghe e lasciando anche invariato il criterio di penalità che punisce – salvo che nei casi contemplati (recessione di almeno il 2%, eventi straordinari) i deficit eccessivi per una parte costante (0.2% del PIL) e per un decimo dell'eccedenza rispetto al limite del 3% che, però, nella proposta diventerebbe, anch'esso variabile.

Applicando per l'anno in corso e per un parametro debito/pil del 60% questa semplice regola ai paesi dell'Unione monetaria europea, si ottiene la Tabella qui acclusa in cui il deficit di bilancio consentito riflette – anche se moderatamente – la diversa incidenza nazionale del debito pubblico. Dati i parametri utilizzati, gli ormai accertati scostamenti rispetto alle previsioni OCSE di Giugno sono di fatto ininfluenti come lo sono le facilmente calcolabili differenze di penalizzazione in presenza di disavanzi in eccesso di misura realistica.

In concreto, la proposta implica che per paesi altamente indebitati come l'Italia, la Grecia o il Belgio il deficit massimo consentito non possa eccedere il 2.5%-2.6% del Pil. Per il Portogallo non vi sarebbero, invece, modifiche rispetto alla regola attuale mentre maggiori possibilità di spesa potrebbero rendersi disponibili a parità di entrate nei casi virtuosi come l'Irlanda o la Finlandia.

 

Al di là dei parametri indicati e della semplicità del suggerimento che può essere complicato e migliorato a piacere, mi sembra che inserire una regola per il deficit che tenga conto del debito possa dare più flessibilità al Patto, senza intaccarne però le finalità di fondo. Infine, credo che una tale regola possa anche avere un valore pedagogico nel mostrare ai policy makers e all'opinione pubblica che gli aggiustamenti consentono e non ostacolano una maggiore flessibilità fiscale.

(1) A partire dall'invito di Francesco Giavazzi a discutere piuttosto che ad aggirare il Patto di stabilità (Un patto per far crescere l'Europa, 19/08), lavoce.info ha dedicato diversi interventi sia per spiegarne il contenuto (03/09) che per considerare i problemi dell'allargamento ad Est (Coricelli ed Ercolani, Quali modifiche al Patto di stabilità e crescita, 03/09) in presenza di indicatori di bilancio non sufficientemente capaci di contrastare il ciclo