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E sui servizi pubblici locali la liberalizzazione finisce qui

di Alessandro Petretto 07.06.2007
Merito indiscutibile del processo di riforma dei servizi di pubblica utilità, avviato a metà anni Novanta, è l'aver attribuito una dimensione imprenditoriale alla loro organizzazione. Proprio ciò che ora viene rimesso in discussione, in particolare per quanto riguarda il servizio idrico. Si diffonde infatti una prorompente voglia di municipalizzazione. Ma come possono asfittiche e anacronistiche aziende pubbliche, monopolizzate dalla politica, con microscopici bacini di utenza, raccogliere la sfida tecnologica e industriale di questi settori?

L’estate scorsa, quando uscirono le "lenzuolate" del ministro Bersani sulle liberalizzazioni, a chi obiettava che si trattava di interventi tutto sommato marginali, si rispondeva che il bello doveva ancora arrivare. Si faceva esplicito riferimento alla riforma dei servizi pubblici locali e all’introduzione in questo settore di consistenti dosi di concorrenza. Effettivamente la presentazione del "Ddl Lanzillotta" autorizzava a pensare che si stesse andando proprio in questa direzione, malgrado un "vuoto" sul servizio idrico che non lasciava presagire niente di buono. Dopo, però, questo è stato snaturato dal così detto compromesso Lanzillotta-Rifondazione, attualmente al Senato, che rilancia la gestione pubblicistica in economia. Poi, si è assistito a un ulteriore restringimento sulle gare di affidamento del servizio idrico a seguito di emendamenti al decreto Bersani stesso passati alla Camera. E un emendamento a un decreto "sulle liberalizzazioni" che sancisce il divieto di gare, è una vera e propria chicca.
Tutto ciò non può che essere interpretato come una netta inversione di rotta rispetto all’impostazione avviata in tema di liberalizzazione e regolamentazione dei servizi di pubblica utilità nella seconda metà degli anni Novanta e portata successivamente avanti pur con alterne vicende.

Liberalizzazioni e utenti

Ma lo stentato processo di liberalizzazione dei servizi pubblici locali ha in questo momento risvolti positivi per gli utenti?
In realtà, la concorrenza, nel mercato o per il mercato, si sviluppa con molta lentezza e in termini molto diseguali sul territorio nazionale: antiche e diffuse resistenze sembrano ancora una volta prevalere qua e là. Non è quindi facile valutare sistematicamente come il processo stia operando in termini di contenimento della dinamica tariffaria e di innalzamento della qualità delle prestazioni. D’altra parte, gli utenti vivono questa fase di transizione con sconcerto dato che, almeno apparentemente, la dinamica tariffaria sembra registrare aumenti anziché riduzioni. Tuttavia, non si deve dimenticare che il confronto temporale può risultare fuorviante: prima delle riforme, il livello delle tariffe era del tutto scollegato dai costi di produzione, grazie alla sussidiazione delle aziende pubbliche con il ricorso alla fiscalità generale o al debito pubblico, il cui costo non era direttamente percepito dagli utenti. Pertanto, questi, oggi, non colgono appieno il guadagno in termini di trasparenza e responsabilizzazione finanziaria.
Vantaggi della nuova situazione sono invece colti dai comuni proprietari delle azioni che conseguono, almeno per alcuni servizi, cospicui dividendi, dimostrando che, se operasse una maggiore concorrenza e una più efficace regolamentazione, parte di questo surplus potrebbe essere orientato verso gli utenti.
Merito indiscutibile, poi, del processo di riforma è l’aver attribuito una dimensione definitivamente imprenditoriale all’organizzazione di questi servizi. I quali, è bene ricordare, richiedono processi produttivi complessi, articolati in filiere collegate verticalmente, e l’impiego di sofisticate infrastrutture e reti. La logica imprenditoriale è proprio quella che ora viene rimessa in discussione, in particolare per quanto attiene al servizio idrico.

L’equivoco della gestione pubblica del servizio idrico

Lo stop ai processi di aziendalizzazione della gestione del servizio è visto come un passaggio fondamentale per garantire l’accesso a un bene che diventa sempre più prezioso. Si tratta, come si dice, di un servizio essenziale, un servizio cioè che sia diffuso sul territorio, con limitate perdite in rete, non dia luogo a sprechi per eccesso di consumo, sia di alta qualità e preveda tariffe congrue e sostenibili.
A ben vedere nessuno di questi elementi dell’essenzialità è legato alla natura giuridica dell’impresa erogatrice e alla sua proprietà pubblica, in quanto le decisioni rilevanti sono prese in sedi diverse (formulazione della domanda in relazione alle tariffe, investimenti infrastrutturali decisi nel Piano di ambito, definizione di contratti collegati alle Carte dei servizi, eccetera). Sedi che attengono propriamente alla sfera della regolamentazione e dell’organizzazione industriale. Per cui è in questa direzione che si dovrebbe operare per garantire l’essenzialità, anziché imporre ex-legem la proprietà pubblica. Oltretutto, se a questa venisse associata una gratuità diffusa del servizio, come si sente tranquillamente proporre, l’obiettivo cruciale di limitare gli attuali inammissibili sprechi sarebbe irraggiungibile. Il fatto è che si sta diffondendo quella che possiamo chiamare una prorompente voglia di municipalizzazione.

Voglia di municipalizzazione

La riproposizione delle gestioni pubbliche in economia o attraverso aziende speciali, le municipalizzate del nuovo secolo, non ha alcun fondamento economico razionale. Il rispetto dei vincoli pubblicistici, l’inserimento dei loro bilanci nel Patto di stabilità, le assunzione del personale con regime pubblicistico, la nomina di amministratori pubblici non garantiscono niente in tema di appropriatezza dei livelli tariffari, qualità delle prestazioni, conseguimento di economie di scala (dimensioni aziendali) e di scopo (sfruttamento delle complementarità dei costi), e innovazione tecnologica per arricchire i relativi processi produttivi. Nessun controllo amministrativo può assicurare questi risultati, che invece dipendono dalla distribuzione dei relativi incentivi all’interno dell’industria di riferimento. Sono proprio le caratteristiche industriali e tecnologiche dei servizi pubblici che rendono improponibile la scelta tra una gestione pubblicistica in economia e una gestione imprenditoriale da affidare con gara. Come possono asfittiche e anacronistiche aziende pubbliche, monopolizzate dalla politica, con microscopici bacini di utenza, raccogliere la sfida tecnologica e industriale di questi settori?

 
La risposta dell'autore ai commenti

Sono convinto, come tutti i gentili commentatori del mio articolo, che il settore dell’acqua necessiti di un significativo intervento pubblico. Ciò che mi divide dalla maggior parte di loro è lo strumento. Non credo che l’essenzialità del servizio (accesso a un bene primario) sia assicurata affidando la gestione dell’erogazione (di questo si tratta, non della proprietà delle reti o della risorsa che non è in discussione) ad un’azienda pubblica "bonsai", amministrata da politici locali che hanno cambiato mestiere, di fatto incapace di cogliere gli aspetti industriali della prestazione di questo delicato servizio. Inoltre, occorre mantenere distinta la sfera degli assetti proprietari dalla sfera della regolamentazione. Non escludo affatto che un’azienda delle dimensioni produttive adeguate, in corrispondenza di un bacino di utenza significativo, possa contemplare una quota azionaria rilevante di proprietà di enti locali consorziati, anche se credo che il punto di arrivo della governance sia una SPA quotata in borsa, forse anche a carattere multiutility. Ciò che sostengo, però, è che neppure un’impresa pubblica, in-house, dovrebbe sottrarsi a procedure di regolamentazione, meglio se elaborate e condotte da Autorità indipendenti. Anche le aziende pubbliche tendono ad acquisire rendite, appropriandosi del surplus degli utenti, per perseguire finalità politiche più o meno legittime. D’altra parte, proprio le vicende di Telecom e Autostrade da molti evocate, individuano casi di "Regolamentazione tradita" piuttosto che di "Privatizzazione fallita".
Altra questione è la possibilità di coprire le spese di investimento solo attraverso le tariffe. In una cornice regolatoria rigorosa, niente vieta di organizzare un meccanismo trasparente di tassazione di scopo destinata a finanziare parzialmente i piani di ammortamento di investimenti individuati nei Piani di Ambito e condotti dai gestori, indipendentemente dalla loro veste giuridica. Ma, ancora una volta, perchè dovrei essere certo del buon impiego di questi di fondi solo perché affidati a amministratori pubblici, piuttosto che a imprenditori sottoposti a regolamentazione? In conclusione, il fatto che quest’ultima in Italia sia stata "tradita" non è buon motivo per rinunciarvi a priori.