
Il decreto-legge sulle liberalizzazioni approvato la scorsa estate dal Consiglio dei ministri mira a introdurre maggior concorrenza in alcune attività di servizi. Ma è proprio vero che maggior concorrenza si accompagna a maggior efficienza? Nel caso della distribuzione commerciale è possibile studiare gli effetti di cambiamenti del grado di concorrenza a livello locale. Il decreto legislativo "Bersani" del 1998 ha da un lato liberalizzato le aperture di esercizi di piccola superficie e dall’altro ha assegnato alle Regioni la facoltà di regolare lo sviluppo della grande distribuzione, in coerenza con i piani di sviluppo urbanistico decisi dagli enti locali. Le Regioni hanno usufruito di questa facoltà in maniera molto differenziata. Solo le legislazioni delle Marche, dell’Emilia Romagna e del Piemonte, almeno nella loro formulazione originaria, non prevedevano limiti predeterminati all’apertura o all’ampliamento delle strutture di vendita della grande distribuzione. Vincoli al numero di nuove aperture o alla superficie massima autorizzabile sono invece stati posti da tutte le altre, non solo in quelle nelle quali la rete di distribuzione aveva già un certo livello di sviluppo (ad esempio, il Veneto e la Lombardia), ma anche in quelle dove la dotazione di tali strutture era ben al di sotto della media nazionale (ad esempio, Calabria e Puglia).
Regioni poco liberiste
Che effetti ha prodotto l’orientamento poco liberista della maggioranza delle Regioni italiane?
Un recente lavoro (1) ha studiato la performance del settore distributivo a livello locale a seconda del grado di barriere all’entrata. Come misura di queste ultime si sono utilizzati i limiti massimi allo sviluppo delle superfici di vendita della grande distribuzione fissati dalle amministrazioni regionali, divisi per la popolazione residente. I risultati sono inequivocabili. Considerando la performance di un campione di imprese della grande distribuzione nel periodo 2000-2002, dopo l’entrata in vigore dei regolamenti regionali, si è stimato che:
1. Quanto più sono stringenti i limiti all’entrata, tanto minore risulta la crescita della produttività (misurata dal fatturato su ore lavorate): il raddoppio della superficie massima autorizzabile accresce la produttività del 5 per cento.
2. L’elasticità dei margini di profitto (profitti lordi su fatturato) al limite massimo autorizzabile è del -14 per cento: raddoppiando il limite, si riducono i margini di 14 punti percentuali.
3. Minori barriere all’entrata si associano a più alti tassi di investimento nelle tecnologie dell’informazione e comunicazione, che negli Stati Uniti sono state alla base della eccezionale crescita della produttività in questo settore..
4. I salari dei dipendenti nel settore distributivo non sono influenzati dal grado di restrizioni all’entrata.
5. I prezzi dei beni alimentari nelle tre Regioni che non hanno posto alcun limite prefissato sono cresciuti di circa mezzo punto percentuale in meno all’anno rispetto al resto del paese.
Una seconda analisi (2) ha comparato l’evoluzione dell’occupazione nelle Marche e Abruzzo, simili quanto a struttura economica e socio-demografica, ma caratterizzate da rilevanti differenze nelle barriere all’entrata: assenti nella prima Regione almeno fino al 2002, molto stringenti nella seconda. I risultati mostrano che nel periodo considerato l’occupazione nel settore distributivo nelle Marche è cresciuta del 4 per cento in più rispetto all’Abruzzo. Inoltre, le minori restrizioni all’entrata hanno favorito la diffusione di forme di distribuzione più efficienti, quali negozi in franchising.
Politiche di liberalizzazione più efficaci
In linea con le previsioni della teoria economica, anche l’evidenza empirica mostra quindi che le barriere all’entrata avvantaggiano le imprese già operanti nel mercato a scapito del resto dell’economia, generando prezzi più alti per i consumatori, minor crescita della produttività e dell’occupazione, minor tasso di adozione di nuove tecnologie, strutture distributive più antiquate.
L’esperienza della riforma del 1998 fornisce anche alcune indicazioni su come perseguire più efficacemente le politiche di liberalizzazione. In primo luogo, oltre ad agire sulle regole di condotta degli operatori, come fa il decreto-legge approvato dal governo in estate per quel che riguarda gli ordini professionali, è importante ridurre le barriere all’ingresso di nuovi prestatori di servizi. In secondo luogo, demandare interamente alle amministrazioni locali la possibilità concreta di liberalizzare (come nel caso dei tassisti) può non essere la migliore strategia, in quanto queste sono più facilmente influenzabili dalle pressioni delle categorie interessate. Sarebbe invece auspicabile che i provvedimenti legislativi prevedano requisiti minimi per l’apertura dei mercati che i governi regionali siano tenuti a rispettare.
* Banca d’Italia. Le opinioni espresse in questo articolo sono personali e non impegnano in alcun modo la responsabilità della Banca d’Italia.
(1) Fabiano Schivardi e Eliana Viviano (2006) "Entry barriers in Italian retail trade", disponile sul sito internet http://digilander.libero.it/fschivardi/research.htm.
(2) Eliana Viviano (2006) "Entry regulations and labour market outcomes: Evidence from the Italian retail trade sector", Banca d’Italia, Tema di discussione n. 594.