
Le sentenze le scrivono i giudici e non i giornali e nel nostro ordinamento vige la presunzione di innocenza. Una volta richiamati questi basilari principi, invocati con forza o dimenticati con noncuranza a seconda delle esigenze di parte, è importante porsi qualche domanda sulle origini degli scandali finanziari e sulle condizioni che consentono una utilizzazione delle banche per finalità criminose.
I controlli "saltati"
Nel caso della Banca popolare di Lodi è fin troppo banale riscontrare come, ancora una volta è fallita l’intera catena dei controlli, da quelli interni a quelli esterni. E se sulle omissioni o collusioni sarà compito della magistratura individuare le rispettive responsabilità, sulla adeguatezza di questo sistema dovrà essere il legislatore a valutare quali interventi realizzare.
D’altronde, nella storia degli ordinamenti bancari le crisi rappresentano da sempre il più grande motore di propulsione per legislatori colpevolmente sonnolenti che non riescono a percepire con dovuto anticipo i "buchi" del sistema.
Ad esempio, alcuni degli strumenti previsti dal nuovo disegno di legge sul risparmio, se introdotti con tempestività dopo lo scandalo Parmalat, non avrebbero certo impedito i disegni criminosi, ma quantomeno avrebbero reso più difficile per gli autori la loro realizzazione.
Si pensi soltanto alle modifiche del Testo unico bancario che prevedono una più puntuale e rigida disciplina dei finanziamenti ai soggetti collegati alla banca, oppure alle nuove forme di responsabilizzazione, non solo degli amministratori delle società quotate, ma anche dei dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili.
La questione delle banche popolari
Tuttavia, la vicenda di Lodi presenta alcune peculiarità ricondotte da molti a una sorta di difetto genetico delle banche popolari che di per sé costituirebbero un ambiente favorevole al manifestarsi di possibili patologie dei loro amministratori.
In sostanza, la presenza di migliaia di soci con nessun potere di influenza, in ragione del voto per testa e dei limiti di partecipazione vigenti nel modello cooperativo, finirebbe con il generare dirigenti onnipotenti e liberi da qualsiasi controllo.
Sarebbe, allora, necessario rivedere il modello cooperativo della banca popolare omologandolo a quello delle altre banche società per azioni, dove la presenza di veri soci che pesano con i loro pacchetti azionari costituirebbe un solido presidio contro tentazioni "dittatoriali".
Se, però, guardiamo alla storia dei dissesti bancari nel nostro paese, a partire dal Banco Ambrosiano, troviamo molti casi di "autocontrollo" degli amministratori, che, purtroppo, hanno coinvolto anche (apparentemente) solide società per azioni, con forti azionisti di riferimento.
In sostanza, nel governo dell’impresa bancaria può effettivamente esistere il rischio di una eccessiva concentrazione di poteri gestori in capo ad alcuni amministratori o all’amministratore delegato, con un consiglio che si limita di fatto a ratificare scelte già selezionate. Ma è un rischio che riguarda tutte le banche, e che dovrebbe essere prevenuto sia ampliando le funzioni collegiali dell’organo amministrativo (e sperando in amministratori che sappiano fare il loro mestiere), sia introducendo adeguati contrappesi, come ad esempio un rafforzamento del ruolo di garanzia del presidente della società.
Tuttavia, chi riveste funzioni di vertice in una grande banca cooperativa, non subendo la minaccia del ricambio del controllo societario, gode di una maggiore stabilità nella carica, condizione che può creare un ambiente favorevole alla affermazione di nuclei dirigenti sostanzialmente autoreferenziali e sganciati da qualsiasi seria verifica del loro operato.
Fenomeno questo di particolare gravità se si pensa che quei dirigenti dovrebbero ispirare i propri comportamenti a quegli specifici e peculiari valori democrazia, partecipazione e "servizio" nei confronti dei soci che caratterizzano, e in fin dei conti giustificano, il modello cooperativo.
Ovviamente, bisogna evitare facili e strumentali generalizzazioni, ed è impensabile buttare via una cassetta di mele se ce n’è solo una o due marce. Ma sarebbe anche sbagliato nascondere la testa sotto la sabbia quando suonano i campanelli d’allarme.
Se da un lato dovrebbero essere rivisti alcuni istituti in grado di favorire più rapidi ricambi nelle governance, ad esempio estendendo anche alle banche popolari quotate la disciplina della sollecitazione delle deleghe di voto prevista dal Testo unico della finanza, dall’altro sono possibili alcuni interventi da realizzarsi senza aspettare i tempi infiniti del legislatore.
Si potrebbero così inserire negli statuti clausole che prevedano rigidi limiti, relativi sia al cumulo degli incarichi, sia, soprattutto, al numero dei mandati dei singoli amministratori, per garantire maggiore professionalità e assicurare un fisiologico turn over nelle cariche sociali.
Inoltre, si potrebbero adottare codici etici, che rifuggendo dai frequenti, retorici e spesso del tutto inutili richiami a principi generali sulla "missione sociale", fissino stringenti vincoli comportamentali per gli amministratori, con l’istituzione di una magistratura interna formata da persone autorevoli e del tutto estranee alla banca che ne accerti il rigoroso rispetto.
Ogni amministratore si dovrebbe sottoporre a questi vincoli, accettando l’immediata decadenza dalla carica in caso di violazione.
Sono esempi di misure tutto sommato molto semplici, e che hanno il vantaggio di poter essere introdotte rapidamente su base volontaria.
Non hanno certo virtù miracolistiche: non rappresentano una garanzia per evitare il ripetersi di comportamenti delittuosi, ma possono contribuire a una migliore e più efficace prevenzione.
D’altronde, un segnale su questo terreno è necessario: il rischio per le banche popolari è che, in assenza di adeguate reazioni, non solo si diffonda la tentazione di gettare insieme alle mele marce, l’intera cassetta di frutta, ma che si disperda anche quel prezioso patrimonio di fiducia sul quale si fonda il rapporto con i propri soci e clienti.