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  1. Massimo Rispondi
    Non capisco la ragione del perché confrontare questa crisi dell' Italia, con quella di una superpotenza come gli USA, in un periodo speciale della sua storia, quello degli anni trenta. Soprattutto non capisco l'utilizzo di una linea retta utilizzando il tasso medio di crescita del Pil nel periodo 1994-2008 (1.8 per cento), ancora insistendo con questa, immaginando che l'economia italiana possa riallinervisi in un tempo futuro. Non esistono crescite infinite in natura, e l'Italia, così come la conosciamo, per quanti successi possa aver avuto, fino agli anni novanta, a me pare aver esaurito quello che aveva d a dire al mondo: forse quella italiana non è una crisi, ma un'agonia, e se in futuro ci sarà un qualche tipo di rinascita, essa potrà essere valutata solamente con criteri del tutto diversi da quelli esposti in questo articolo.
  2. Luca Rispondi
    Egr. Dott. Trezzi, non sarebbe interessante confrontare i dati relativi all'inflazione in USA durante la crisi del '29 e quelli italiani nel periodo 2007-2012?
    • Riccardo Trezzi Rispondi
      Caro Luca, Condivido. Credo sia un'ottima idea. Come da lei notato i dati di questo intervento sono tutti dati reali quindi gia' depurati dalle dinamiche dell'inflazione. In altri termini i grafici esprimono l'andamento delle quantita' prodotte, non dei prezzi dei beni. In ogni caso credo che la politica economica non possa non tener conto dell'esperienza vissuta negli anni '30 negli Stati Uniti e piu' in generale anche in Europa. Allora, l'abbandono del sistema monetario legato all'oro e la volonta' dichiarata delle autorita' americane di far 'tornare il livello generale dei prezzi al livello pre-crisi' fu fattore chiave. Naturalmente oggi vi sono molte differenze e qualche vincolo ulteriore ma la ringrazio ancora per il suo commento. Mi riservo semmai di intervenire con uno scritto dedicato per chiarire meglio il mio pensiero sul punto. A presto, RT
      • Luca Rispondi
        Qualche vincolo €ulteriore?
  3. Riccardo Trezzi Rispondi
    Caro Roberto, Non entro nello specifico dei rapporti INPDAI-INPS poiche' servirebbe uno scritto dedicato. Pero' lei coglie un punto fondamentale: in un sistema pensionistico a ripartizione come quello italiano (sia esso contributivo o retributivo), la pensione di chi ha terminato la sua vita lavorativa dipende da quanti lavoratori vi sono attivi sul mercato del lavoro. In altri termini, la mancata crescita di questi anni - dovesse tramutarsi in una perdita di ricchezza permanente - avrebbe effetti negativi anche sulle pensioni di domani. Per questo dobbiamo tornare a crescere. E dobbiamo farlo subito. A presto, RT
  4. Roberto Rispondi
    Tra le altre cose della crisi finanziaria iniziata nel 2008, dalla quale non ci siamo ripresi perchè potrebbe esserci anche il cobtributo dello spostamento dell'INPDAI nell'INPS. L'INPDAI (Istituto nazionale previdenza dirigenti aziende industriali) è fallito perchè era stato pensato pieno di privilegi per i nostri dirigenti industriali; ebbene oggi quei privilegi continuano ad essere garantiti dal FPLD (Fondo Pensione Lavoratori Dipendneti) dell'INPS. Se le pensioni di domani non avranno quel valore utile per una vita dignitosa per un ex-lavoratore dipendente, sappiamo un perchè.
  5. Federico Rispondi
    Grazie. Un editoriale molto utile, ed anche incisivo in termini di comunicazione. Il driver per il vero cambiamento in codesto martoriato Paese potrebbe passare anche attraverso l'illustrazione dei gap/mancata crescita per effetto delle varie "aberrazioni". Es.: impatto negativo della corruzione/criminalità sulla crescita; correlazione negativa di tagli e della spending review...a singhiozzo, o di anno in anno..sic ( un anno si decide to curb una funzione, l'anno successivo no! con relativi danni di credibilità..), la correlazione negativa tra numero di governi e de-crescita/mancate riforme ecc.
    • Riccardo Trezzi Rispondi
      Caro Federico, Ringrazio per il commento. Concordo su tutto. La credibilità e la consistenza temporale delle politiche economiche e' un fattore cruciale per il loro successo. Mi auguro che le politiche - sia fiscali sia monetarie - possano rispettare questo principio chiave.
  6. HK Rispondi
    Dott. Trezzi un ottimo post e un chiaro messaggio. Ma riuscirà l'Italia a riprendere un ritmo di crescita pari ad almeno la riga blu? Personalmente temo di no. Se guardiamo la crescita dagli anni cinquanta, dove era attorno al 5-6%, vediamo che, grossomodo, cala di un punto ogni decennio. E' zero nel primo decennio del 2000 ed è negativa poi. Questo ci dice che abbiamo cause interne strutturali che spingono costantemente in questa direzione. (euro o non euro, Merkel o meno). Ma allora se non le identifichiamo queste cause e non vi poniamo rimedio dovremmo allora aspettarci ancora più decrescita?
    • Riccardo Trezzi Rispondi
      Gentile HK, La ringrazio per le sue parole. Condivido il suo parere sui problemi strutturali dell'economia italiana. Credo che l'attuale situazione macroeconomica assommi sia fattori congiunturali sia strutturali. Naturalmente identificare i confini tra i due e' operazione molto complicata. Ma dobbiamo agire - come giustamente ricorda lei - in entrambe le direzioni. Se cosi' non sarà, i problemi strutturali non saranno risolti lasciando alle spalle un Paese piu' vulnerabile e forse piu' povero.
  7. lavoceinfo Rispondi
    Gentile Signor Aldo, I dati da lei riportati sono esatti. Come specifica la tabella da lei mostrata i dati si riferiscono al PIL nominale. I dati invece dell'articolo sono i dati del PIL reale, ovvero depurato dalle dinamiche dell'inflazione. Gli economisti sono soliti usare i dati in termini reali per separare le dinamiche dei prezzi da quelle delle quantita' prodotte. Cordialmente, Riccardo Trezzi
  8. aldo lanfranconi Rispondi
    non riesco a capire: il PIL 2010,2011 e 2012 è stato rispettivamente 1552, 1578, 1566 miliardi mentre nel grafico è sempre abbondantemente sotto 1500 dall'ultimo DEF di Aprile: http://farm6.staticflickr.com/5456/8749789371_6eb52951b5_o.jpg