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  1. gianfranco Rispondi
    purtroppo l'italia è il paese degli orticelli e siccome nel passato si ha voluto accontentare tutti,o non scontentare nessuno,con quindi la complicità di tutti gli attori,governi,sindacati e via elencando con i cambiamenti sociali,economici e generazionali avvenuti ,i nodi sono venuti tutti al pettine e le conseguenze le pagano e le pagheranno chi lavora da poco o chi deve ancora iniziare a farlo.
  2. Giuseppe GB Cattaneo Rispondi
    Mi permetto di postare un commento che esula dai singoli temi toccati nell'articolo perché personalmente ritengo che il sistema pensionistico italiano nel suo complesso, comprese quindi anche le casse previdenziali dei professionisti e indipendentemente dal metodo di calcolo contributivo o retributivo, nel lungo periodo sia insostenibile perché è basato su un vero e proprio errore metodologico. E non mi riferisco all'intrinseca difficoltà di prevedere l'evoluzione delle variabili attuariali (demografica, tecnologica, politica, etc.) della quale nessuno, politici e consulenti, ha tenuto debito conto, bensì dello stravolgimento della finalità intrinseca al principio della previdenza publica. La previdenza publica ha il compito di promuovere il risparmio al fine di assicurare che tutte le persone anziane abbiano un reddito dignitoso. Ma lo Stato non è tenuto a garantire il mantenimento delle differenze nel tenore di vita dopo la cessazione del lavoro. Non è materialmente in grado di farlo senza trasferire ricchezza dalle classi più povere alle più ricche.
    • MASSIMO GANDINI Rispondi
      a dire il vero oggi avviene il contrario. Chi non ha mai pagato contributi o li ha pagati di importo irrisorio (ovvero la stragrande maggioranza dei sedici milioni e mezzo di pensionati italiani) riceve un sostanzioso "regalo" previdenziale . Chi ha versato più contributi generalmente otterrebbe addirittura un beneficio dal ricalcolo con metodo contributivo
  3. RASERA GIAMPAOLO Rispondi
    Ma perchè non viene data a tutti la possibilità di calcolare l'intero percorso pensionistico con il sistema contributivo flessibilizzando l'uscita ? Esattamente come gli assunti post '95 ? Non si risolverebbero tutti i problemi di equità del sistema ma sarebbe sicuramente meglio della situazione attuale (per i futuri pensionati) con un sistema rigido infarcito di mille deroghe: se si ha la fortuna di entrarci bene, altrimenti si aspetta..e spera. Il ricalcolo contributivo per tutti nel lungo periodo consente tra l'altro risparmi, nel breve le risorse si trovano..basta la volontà politica. Ad esempio raffreddando le crescite delle pensioni (piove sul bagnato..) Secondo il Sole 24 ore nel periodo 2006\16 l'imponibile Irpef pro capite dei dipendenti si è incrementato dell'8% mentre quello dei pensionati del 31%.
  4. Francesco Maria Rispondi
    Per chi ha subito tutti e 25 i provvedimenti nell'arco della propria carriera lavorativa, un cambiamento in più o in meno non è un gran problema. Il vero problema è la mancanza di libertà: il lavoro (e quindi la pensione) sono decisioni personali ed ognuno di noi coi propri soldi dovrebbe fare quello che desidera. I contributi sono denari propri e quindi dovremmo poter decidere sulla base delle proprie condizioni economiche quanto lavorare e quando andare in pensione ricevendo la rendita calcolata su quanto versato. Certo prima del 1996 avevo un'ipotesi della mia vita che sono stato costretto a modificare numerose volte coattivamente.
  5. Savino Rispondi
    Ha ragione il Prof. Boeri e non è retorica. Gli italiani ci devono sentire anche da quell'altro orecchio. Non è possibile continuare ad avere una nazione solo per i senior.
  6. Savino Rispondi
    Il continuo stop and go crea delle diseguaglianze tra fasce della popolazione. C'è gente che ha lavorato 42-43 anni e oltre e non ha ancora raggiunto l'obiettivo, mentre, ora, sarebbe sufficiente quota 100, magari con 35-36 anni di contributi. Poi, la maledizione del nostro sistema è stato il retributivo ed un modello pensionistico, fino al 1994 circa, che faceva acqua da tutte le parti, senza poter fare calcoli precisi e con le somme date in eccesso rispetto ai versamenti effettivi. Quota 100, invece, non potrà che essere col contributivo. In più, adesso che dovranno andare, si stima, mezzo milione di statali in pensione nei prossimi 4-5 anni gli si fa questo ulteriore favore della quota 100, mentre la questione lavori usuranti e stata solo parzialmente (sotto campagna elettorale) affrontata.
    • Lorenzo Rispondi
      Sono pienamente d'accordo che "la maledizione del nostro sistema è stato il retributivo ed un modello pensionistico, fino al 1994 circa, che faceva acqua da tutte le parti". Su quel sistema hanno proliferato tutti, dai politici ai sindacalisti al singolo individuo. Non per niente coloro che hanno intrapreso la strada della riforma verso il contributivo sono additati tra i peggiori mali della nostra società.
  7. loretta bongiorni Rispondi
    Nessuno parla più dei 20 anni minimo di contributi, con il raggiungimento del 67 anno di età, almeno per quanto mi riguarda. Il punto è che non riusciamo tutti a lavorare per almeno 35 o 41 anni, non perché non vogliamo ma perché non riusciamo. Generalmente che vive questo grave contesto è un manager " trombato " a tarda età, che non riesce più a riciclarsi, anche se disposto ad accontentarsi ( credete anche molto ) I contributi versati solitamente sono parecchi. Ma con quota 100 andremo/ò in pensione intorno agli 80 anni. Rimpiangiamo tutti la legge Fornero!!! Non credo che faremo passare la riforma leghista senza lottare. Per fortuna che volevano aiutare tutti…..
  8. mariorossi Rispondi
    Per quanto sono d'accordo nel giudizio sulla riforma proposta dal governo, vorrei fare notare che l'autore in qualche senso commette lo stesso errore di cui accusa gli autori delle riforme originali. Non e' vero che l'aspettativa di vita e' una solo funzione dell'anno di nascita. Vi e' ormai una letteratura ben sviluppata sul fatto che per esempio l'aspettativa di vita e' funzione del reddito, per cui ignorare questa componente in pratica rende il sistema previdenziale piu' attraente per i piu' abbienti. Un sistema che cerchi di essere veramente fair dovrebbe cercare di aggiustare anche questo parametro.
    • Giuseppe G B Cattaneo Rispondi
      Concordo, l'aspettativa di vita è funzione del reddito. Ma gli errori della classe politica e dei professori in materia attuariale sono enormi.
    • sandro Gronchi Rispondi
      Mario Rossi solleva un punto interessante che però non è discusso nell'articolo. A parità d'età compiuta al pensionamento, non c'è dubbio che la durata della prestazione, da cui dipendono i coefficienti di trasformazione, a sua volta dipenda dall'anno di nascita. Quando si dice che la longevità è in aumento si intenda dire proprio questo, cioè chi nasce dopo vive mediamente più a lungo. Ma dipende anche dallo 'stato sociale' più che dal reddito soltanto. Ad esempio, tutto lascia pensare che gli insegnanti di liceo siano più longevi degli operai benché il reddito sia quasi lo stesso. Dipende inoltre da una quantità di altri fattori quali il genere, lo stato coniugale, l'attività lavorativa svolta, l'estrazione geografica, etc. Tener conto di tutti è teoricamente possibile ma tecnicamente complesso. E la complessità sconfinerebbe inevitabilmente nella opinabilità. Questa è la ragione per cui nessuno l'ha fatto tra i paesi che hanno scelto il sistema contributivo. Il tema è tuttavia dibattuto dagli studiosi perché investe la 'corrispettività' che il sistema contributivo ambisce a raggiungere. Il contributivo italiano è senza senso perché non fa dipendere i coefficienti neppure dall'anno di nascita.