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  1. Gianni De Fraja Rispondi
    Ottimo articolo Daniele e Massimiliano (and nice paper, too). Aggiungerei che è importante separare due obiettivi profondamente diversi: (i) premiare l'eccellenza (meritocrazia, come dice Carlo Fusaro), e (ii) cercare di sviluppare il Mezzogiorno. I politici devono decidere se vogliono perseguirli (e quanto sono disposti a sborsare per ciascuno), e noi economisti dovremmo trovare il modo migliore per farlo. Per (i) un metodo basato su algoritmi noti in anticipo e sufficientemente chiari (tipo VQR o REF nel Regno Unito), è probabilmente la cosa migliore. Per (ii)? Una competizione tra dipartimenti (per fondi, posti di professore, etc), basata su progetti chiari e specifici, con specifici obiettivi di miglioramento entro tempi definiti, e penalità all'università di appartenenza qualora questi obiettivi vengano mancati potrebbero forse indirizzare risorse in modo più efficace di una distribuzione di fondi a pioggia alle università del mezzogiorno.
    • Massimiliano Bratti Rispondi
      Grazie Gianni. Concordo con entrambe le tue proposte. In particolare, come suggerisci, ragionare in termini di perseguimento di obiettivi di miglioramento (per cui ognuno corre "contro se stesso" anche se ha scarse chance di raggiungere la vetta), e di legare fondi alla valutazione dell'effettivo miglioramento, creando i giusti incentivi, mi sembra il modo migliore per spingere tutti a fare meglio e perseguire l'obiettivo (ii).
    • FRANCESCO FERRANTE Rispondi
      Caro Gianni in un sistema sotto finanziato (un laureato italiano costa la metà di uno tedesco a parità di potere di acquisto, dati OCSE 2009, prima dei pesanti tagli intervenuti) l'allocazione meritocratica implica necessariamente effetti "regressivi" nel senso che le università che stanno in basso nei ranking riceveranno molto meno di quanto necessario per svolgere la loro funzione. L'eccellenza in Italia, con i suoi forti ritardi educativi concentrati soprattutto nel Mezzogiorno (vedi dati PISA-INVALSI), si può perseguire solo stanziando risorse aggiuntive ad hoc. Altrimenti l'esito è inevitabile: polarizzazione e peggioramento della qualità media del sistema. Si dimentica inoltre che la capacità delle università di raccogliere risorse aggiuntive sui territori, rispetto al FFA, dipende anche'ssa dal grado di sviluppo socioeconomico di questi ultimi. Sul tema dei ranking suggerisco di leggere la breve nota su questo sito di Fuggetta.
  2. Carlo Fusaro Rispondi
    Premesso che sono molto d'accordo con il commento di Luciano Munari, né questo commento né la ricerca devono indurre a allentare la presa sugli esercizi VQR che hanno avuto effetti complessivamente assai positivi in un mondo poco abituato alla valutazione e finora del tutto autoreferenziali. Ora nell'articolo di Biancardi e Bratti leggo parole che mi preoccupano. Per esempio: «gli esercizi di valutazione della ricerca e le forme di finanziamento premiale che vi sono associate possono avere come conseguenza un aumento delle disuguaglianze sia territoriali che sociali nell’istruzione, se non sono accompagnati da strumenti compensativi che consentano agli atenei con bassi risultati di migliorare nel tempo, come ad esempio incentivi alla mobilità geografica dei ricercatori o comunque l’allentamento dei vincoli finanziari che la limitano». Ora in un sistema di risorse limitate è ovvio che "premiare" l'eccellenza vuol dire dare di più a chi fa meglio e meno a chi fa peggio. C'è poco da fare. Si chiama meritocrazia. Altra cosa, ma da tenere a mio avviso separata, è condurre politiche di potenziamento degli atenei più deboli.
    • Massimiliano Bratti Rispondi
      Concordo. La VQR dovrebbe premiare l'eccellenza. Per interventi di potenziamento dei più "deboli" si dovrebbero usare altre forme, sempre che queste risorse siano messe in campo. La “linea d’intervento Sud” del PRIN sembra un tentativo di porre in parte rimedio al “divide” geografico prodotto dai Dipartimenti di Eccellenza. Tuttavia con la linea Sud non so quanti RTD-A o RTD-B si riusciranno a finanziare, e sono questi che presentano oggi la più elevata produttività ai fini della VQR. Si potrebbe discutere se in una situazione di scarsità di risorse (pubbliche e che si possono attrarre dal territorio) gli Atenei "deboli" abbiano dei reali strumenti per scalare posizioni nella VQR. Un modo rapido per farlo (il REF UK insegna) è di intervenire sul reclutamento. Per migliorare si potrebbero attrarre "cervelli" da altri Atenei/estero, che però a parità di stipendio preferiranno andare nei “Dipartimenti di Eccellenza”, e che costerebbero comunque 3 volte tanto rispetto alle promozioni interne se si tratta di PA o PO. Quindi la mia preoccupazione è che se si vuole veramente potenziare/far migliorare gli Atenei “deboli” (nella VQR) ci vogliono strumenti e politiche adatti. Una possibilità potrebbe essere, con un intervento ad-hoc, premiare finanziariamente gli Atenei (del Sud o meno) che migliorano di più rispetto alla precedente VQR. P.S. Se fare bene dipendesse da quante risorse si ricevono, allora la “meritocrazia” dipenderebbe non da ciò che si fa, ma da quanto si ha.
  3. Luciano Munari Rispondi
    Il risultato della ricerca è interessante ma mette in evidenza una distorsione preoccupante. Non è detto che all'eccellenza nella ricerca corrisponda anche una eccellenza nella didattica, anzi nella mia esperienza quarantennale di docenza universitaria ho riscontrato che è quasi sempre il contrario. Pertanto, la scelta dell'Ateneo da parte degli studenti in base ai ranking di valutazione della ricerca può essere fuorviante e portare a scelte sbagliate. Ai giovani serve una buona formazione e questa non è quasi mai correlata positivamente con l'eccellenza nella ricerca.