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  1. Cesare Rispondi
    Dal titolo "Che fine ha fatto la progressività dell'Irpef" sembra che l'articolo faccia riferimento ad un'alterazione del disegno originario dell'imposta. Ma allora cosa c'entrano in questo caso le attività finanziarie, mai ricomprese nella base IRPEF fin dal '74? L'autore in realtà fa un confronto tra l'Irpef attuale e un modello reddito - entrata puro. Basterebbe dirlo, altrimenti è molto fuorviante. Dall'analisi emergono comunque dati molto interessanti (contrari alla tesi dell'articolo, ma tant'è). La tanto decantata perdita di progressività per erosione della base (al netto delle attività finanziarie che non c'erano nemmeno nel 74) si ridurrebbe a 26 miliardi, circa il 3% della base di oggi. Non molto... soprattutto non è un argomento sufficiente per chi vuole buttare a mare l'Irpef perché nel tempo si è allontanata troppo dal disegno originario. E poi di questi 26 miliardi aggiuntivi sono i 9 della cedolare secca che generano il problema distributivo maggiore, mentre i contribuenti minimi (altri 6,6 mld) ora hanno uno sconto di imposta, ma certo non pagherebbero il 43%. Alla fine veramente poca roba... In conclusione del mio lungo (troppo) commento, se il giovane autore è convinto che le attività finanziarie vadano inserite nell'Irpef va benissimo (sono peraltro d'accordo), ma eviti di far riferimento ad un bel tempo antico che non è mai esistito...
  2. Michele Rispondi
    Due considerazioni: 1) tra le varie flat tax già in vigore occorrerebbe considerare anche la rivalutazione delle partecipazioni tassate al 8% e la pex che tassa i capital gain al 1,25% (!) (che poi non vengono MAI distribuiti e tassati) 2) rinunciare ad una progressività della tassazione perché altrimenti i ricchi evadono e/o eludono è un arrendersi all’ingiustizia per manifesta incapacità.
  3. enzo Rispondi
    Poi a sinistra ci si meraviglia della scomparsa degli elettori. La progressività delle imposte è il fulcro delle politiche fiscali di sinistra ma in questi anni si è andati nella direzione opposta. Pensiamo alle accise su bollette e carburanti che incidono sui redditi dei poveri. Le innumerevoli deduzioni che per gli incapienti non hanno un corrispettivo. Chi senza lavoro ha come unico reddito il canone di un appartamento ovvero un investimento finanziario che paga molte più tasse di chi ha un reddito più elevato da lavoratore dipendente
  4. Marco Rispondi
    Sento parlare in continuazione di questo squilibrio che è da sempre uno dei nodi fondamentali da sciogliere per una più equa imposizione fiscale che garantirebbe un minore carico per tutti i cittadini (il famoso "pagare tutti per pagare meno ) e alla fine, per non favorire eventuali e probabili fughe di capitali all'estero, nessuno conclude niente ed a pagare rimangono gli stessi. È possibile che tutto passi così in maniera trasparente ma ingiusta?