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  1. Savino Rispondi
    Vi pare da Paese civile che i maestri diplomati scioperino anzichè prendersi la laurea per insegnare?
  2. Giuliano P Rispondi
    Non stupisce la disparità di trattamento se si pensa che i dipendenti della P.A. sono un serbatoio di voti quasi certi. La cosa andrebbe pensata semplificando il problema: i dipendenti della P.A. o sono lavoratori come tutti gli altri e, di conseguenza, soggetti alle stesse regole, o sono dei "baroni" privilegiati. Si pensi che non temono riduzioni di personale non cassa intregrazione. Poi si lamentano che il loro contratto non viene rinnovato da otto anni!! ma il lavoratore privato in quegli stessi 8 anni se ne è beccati 3 o 4 di cassa integrazione!! Poi ci si lamenta che l'industria non trova mano d'opera (sottopagata e soggetta alle forche caudine di contratti quasi privi di tutele) ed è costretta a ricorrere a mano d'opera straniera,mentre i nostri giovani restano disoccupati.
  3. dean Rispondi
    Una piccola riflessione. Nel privato il datore di lavoro è un imprenditore che ci mette i suoi soldi e, al limite, può anche infischiarsene delle sentenze e decidere di perdere risorse. Pensiamo ai tanti casi di operai reintegrati di giudici del lavoro, che le aziende preferiscono tenere a casa (accettano cioè di retribuirli senza farli lavorare). Nel pubblico ciò è impossibile, perché il soggetto che firma il licenziamento è anch'egli un pubblico dipendente, sottoposto come tale al rischio di un'azione di responsabilità da parte della Corte dei Conti e, spesso, anche della Procura : se il licenziamento si basa su presupposti erronei in fatto (o erroneamente interpretati) scatta "automaticamente" l'abuso di atti d'ufficio. Nel privato ti buttano fuori anche se dai dell'incompetente al manager di turno perché è cosa ritenuta inaccettabile. Nel pubblico, invece, se un dipendente dice una cosa del genere, quasi sempre sta semplicemente "anticipando" il giudizio del ministro e/o del direttore generale prossimo venturo.
  4. Henri Schmit Rispondi
    Articolo interessante su un tema di cui m'interessano più i principi che i problemi concreti creati da distorsioni nella loro applicazione. Per i dipendenti pubblici due sono le soluzioni possibilio sono equiparati ai dipendenti privati e allora la soppressione delle province implicherebbe il licenziamento in tronco di tutti i dipendenti provinciali; se la conclusione sembra inaccettabile - come in quasi tutti i paesi UE - allora bisogna ammettere che lo statuto del dipendente pubblico implica alcune garanzie contro il licenziamento inesistenti nei contratti di lavoro privati che per ragioni di efficienza e di competitività permettono il licenziamento - non discriminatorio - per ragioni puramente economiche. Con questa soluzione dovrebbero però valere due corollari: la protezione dell'impiego pubblico non deve coprire casi di infedeltà che costituiscono giusta causa; inoltre il rovescio della medaglia, della protezione, dovrebbe essere un diritto dello Stato di modificare unilateralmente, secondo criteri universali, le condizioni economiche dell'impiego pubblico, una conseguenza nettamente negata dalla C. Costituzionale, ma prevista in numerosi altri paesi europei non meno protettivi dell'Italia, e meno indebitati.
    • arthemis Rispondi
      il problema non sono i licenziamenti per giusta causa ma il reintegro per i licenziamenti ("corretti" dal punto di vista sostanziale) che dal punto di vista formale non hanno seguito tutti i passaggi - qui sta la differenza tra pubblico e privato.
      • Henri Schmit Rispondi
        La differenza non è giustificabile se non in una logica bizantina' formalistica. Il mio punto era più ampio, al limite fuori tema: se difendo l'inapplicabilità di tutte le conseguenze del rapporto di lavoro privato all'impiego pubblico nel senso di una protezione contro il licenziamento per ragioni economiche, allora dovrei anche accettare il diritto del datore di lavoro pubblico di rivedere unilateralmente le condizioni economiche, purché lo faccia in modo equo, cioè uguale per tutti i dipendenti pubblici dell' stessa categoria. La Corte costituzionale difende invece il diritto acquisito salariale dei dipendenti pubblici.