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  1. Michele Rispondi
    L'articolo tratta un tema interessante evidenziando un problema sicuramente esistente. Tuttavia, a mio avviso, la correlazione tra elevato numero dei trasferimenti e durata dei processi non è poi così grave, come del resto concesso in via possibilistica nello stesso articolo (vista la natura aggregata dei dati considerati). Mi pare infatti che l'esperienza di alcuni uffici giudiziari virtuosi abbia dimostrato come il fattore principale nel determinare il prodursi di arretrato sia proprio la presenza o meno di una organizzazione razionale del lavoro all'interno di ciascuna singola sede. Tra l'altro l'articolo mi pare trascurare un dato fondamentale per capire l'attuale sistema. Ossia l'accesso in magistratura è congeniato in modo da permettere a chi ha "punteggi" più elevati di scegliere per primo i posti più ambiti ed il "punteggio" in questione si guadagna poco a poco per esercitando funzioni oppure, più rapidamente, scegliendo le sedi "disagiate", cioè quelle che logorano maggiormente il magistrato (di norma luoghi dove è ben radicata la criminalità organizzata). A ciò aggiungasi che il magistrato deve obbligatoriamente cambiare funzioni su base periodica (per evitare il nascere di clientelarismi e eccessivi consolidamenti di potere personale). Perciò è attualmente fisiologico che il magistrato mediamente inizi la carriera in zone del Paese ove la qualità della vita è inferiore e provi poco a poco a trasferirsi ove essa è più elevata appena ne ha la possibilità.