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  1. Henri Schmit Rispondi
    Il problema delle sanzioni di vigilanza è enorme, né limitato a Consob né al market abuse. Essendo le autorità considerate ‘tribunals’, dovrebbero rispettare le regole del giusto processo; contro le loro decisioni di primo grado c’è solo l’appello (davanti a Corti poco attrezzate per rivalutare le vicende finanziarie); è quindi logica la regola del ‘ne bis in idem’. D’altra parte però il rispetto delle garanzie è solo formale; le decisioni sono mirate e parziali, non elementi di un azione pubblica obbligatoria per reprimere tutti gli illeciti; Consob e Bankit non hanno né il compito né i mezzi per indagare su reati al di fuori della loro ispezione, p.es. bancarotta fraudolenta o truffa fiscale. L’apparente irregolarità di un soggetto può essere causata da manovre fraudolenti di un altro non ispezionato; in quel caso la vittima sanzionata sarebbe garantita da un ‘bis in idem’ davanti ai tribunali ordinari. Se poi l’autore del reato è un grande azionista dell’autorità indipendente, il ‘tribunal’ diventa una farce. Per separare sanzioni amministrative di irregolarità non dolose dalla repressione giudiziaria dei reati finanziari bisogna negare lo statuto di ‘tribunals’ alle autorità di vigilanza. La giustizia italiana (ed europea) è un groviglio di formalismi, ha perso il nesso con l’idea di giustizia, non protegge le vittime di buona fede. Questo era una delle ragioni che pesava a favore della Brexit e che continua a ipotecare il futuro dell’UE. Potrebbe essere solo un inizio.