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  1. Giuseppe Spadaro Rispondi
    Mi sembra un'analisi - forse a causa dell'eccesso di sintesi - sorprendentemente priva di prospettiva giuridica. Provo a contrapporre un percorso altrettanto schematico. 1) L'ordinamento non è 'piatto' (=tutte le norme hanno pari valore e vanno parimenti applicate), ma ordinato gerarchicamente (=si possono porre - e vanno gestiti - problemi di conflitto tra norme). 2) Stante il primato del diritto comunitario - improntato a principi di libera concorrenza - compito preciso del giudice è valutare la compatibilità delle famose "norme pubblicistiche che impongono limiti all’esercizio di una determinata attività di impresa" con i principi comunitari, disponendo in caso di rilevato contrasto dei noti rimedi (disapplicazione, rinvio pregiudiziale, etc.) 3) Discorso analogo potrebbe (dovrebbe) farsi, pur con i dovuti adattamenti e distinguo, per quanto riguarda il diritto nazionale, con riferimento al parametro costituzionale della libertà di concorrenza (artt. 41 e 117 Cost.). 4) La separazione dei poteri non ha nulla a che vedere con tutto questo.
    • Marcos Ferrari Rispondi
      La concorrenza degli altri L’articolo è evidentemente influenzato da una precisa visione ideologico-economica. Il fatto stesso che l’autore si qualifichi come “associate professor”, pur lavorando in un‘università nostrana (perché non professore associato?), la dice lunga sull’impostazione iperliberista delle tesi sostenute. Inoltre il potere giudiziario non può “sollecitare e dare avvio a un cambiamento legislativo”, ma, semplicemente, deve presentare alle corti europee un rinvio pregiudiziale per sollecitare l’applicazione di norme di rango superiore. E tutto questo non è certamente un fatto “eccezionale”, ma il frutto di una normale dinamica nei rapporti tra Stati Membri e Unione. In breve la legge non deve cambiare perché qualcuno ritiene che gli interessi siano cambiati o perché lo "chiedono" i giudici, ma cambia quando una maggioranza parlamentare (in cui sono espressi gli interessi di tutti) così decide. Questa è la democrazia. E' molto facile parlare di concorrenza da un pulpito come quello accademico in cui questa non c'è e un vero mercato non esiste. Non mi sembra neppure che il "mercato" italiano dei professori sia ispirato ai principi della concorrenza perfetta. Forse sarebbe bene iniziare a esaminare e criticare i mercati che si conoscono meglio e in cui si opera prima di perorare la concorrenza degli altri.