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  1. Marco Spampinato Rispondi
    Poiché si parla di capire, ma anche di pensare politiche di lungo termine, porrei sul tappeto due opzioni differenti: la prima è quella di bilanciare meglio il corpo docente, per genere e cultura - chiamo cultura ciò che lei cita come etnia, perché escludo ​confusioni con il concetto biologico di razza​. ​Penso ​anche che ​sia metodologicamente sbagliato porre cultura e genere sullo stesso piano: ​sono le attese di ​ruolo/​comportamento di genere ​ad essere​ parte della cultura, non viceversa. La seconda opzione è ​"​prendere sul serio la cultura​"​, quindi ​sviluppare ​una concezione pluralista e multiculturale ​della scuola. Sono gli insegnanti, ​in questo secondo caso, a dover essere formati a ​riconoscere e ​capire i propri bias, per non discriminare​ nelle valutazioni; e per trovare metodi di insegnamento migliori​. Il secondo approccio non nega qualche utilità al primo - in casi limite​​ -, ma cambiare progressivamente le capacità di insegnanti e sistemi scolastici sembra attività più favorevole a società che necessariamente includono un ​grado di multiculturalità​​. Non sarei sorpreso di trovare conferma, con un test empirico, all'ipotesi che gli economisti siano più orientati alla "soluzione semplice" (migliore matching insegnanti-allievi​, politiche di incentivi economici​), mentre ​gli ​psicologi siano ​in media​ più interessati alla "soluzione complessa": formare insegnanti nuovi​​ per una società di ​alunni culturalmente non ​​identici.
    • Recupero Salvatore Rispondi
      Per comprendere lo stato della scuola nel nostro Paese e lo status delle insegnanti nelle scuole elementari e medie è forse opportuno fare un brevissimo elenco degli stereotipi inossidabili , immodificabili e pervasivi della nostra cultura, vale a dire : Stereotipo n° 1 : “Alla donna spettano in via principale il lavoro domestico e la cura dei figli” . L’insegnamento per le donne è stato, quindi, a tutti gli effetti, un secondo lavoro , che poteva essere pagato poco, ma garantiva il regolare versamento dei contributi, un livello dignitoso della pensione ed un qualche prestigio. Stereoptipo n° 2 :” la scuola e l’istruzione non sono una variabile strategica per lo sviluppo socio economico del nostro Paese” ovvero , come ebbe a dire un ministro della Repubblica “ la cultura non crea ricchezza “ Quindi bassi stipendi e nessun investimento per lo sviluppo formativo degli insegnanti . La scuola, è divenuta una riserva lottizzata per occupare lo Stato da parte del ceto politico dominante e nel contempo lenire il tasso di disoccupazione soprattutto nel Mezzogiorno. Le ricadute sono state disastrose : bassa qualità complessiva della istruzione , pur in presenza di eccellenze ragguardevoli, precarietà del lavoro , disaffezione e disistima generale nei confronti degli insegnanti offesi nella loro dignità dai genitori dei loro alunni, protagonisti, troppo spesso, di un fenomeno dilagante , il bullismo. Necessitano cambiamenti radicali nei programmi e nei metodi per i quali l’educazione abbia pari dignità rispetto all’istruzione, ma anche una maggiore presenza del genere maschile , come ha ben dimostrato l’articolo .
    • Maria Rispondi
      Le sue osservazioni sono molto interessanti. Non credo ci siano disponibili studi che permettano di capire se la "soluzione semplice" produce maggiori benefici della "soluzione complessa". Alcuni programmi, finanziati dalla comunità europea, tesi a favorire l'integrazione degli studenti immigrati, hanno sperimentato la strada della formazione agli insegnanti. Sugli effetti prodotti però si sa ben poco. Se di interesse si veda: European Commission (2015), Language teaching and learning in multilingual classrooms, Brussels
  2. PB Rispondi
    Bell'articolo, problema serio, da affrontare senza ideologismi, come fa l'articolo. Solo un appunto: affermare che distinguere il condizionamento sociale dai gusti e dalle scelte degli/delle individui è un esercizio difficile, non implica che si debba rinunciare a considerare la rilevanza delle preferenze individuali nel produrre gli esiti di disparita' che commentiamo. Aggirare la difficolta' di misurazione aderendo, piu' o meno implicitamente, a politiche di "quote" (in universita' come in politica o nelle istituzioni) - di fatto indipendenti da considerazioni di merito e competenze - forse non e' la soluzione. Anche perché e' tutto da dimostrare che tali politiche di "quote" non producano effetti perversi, ad es. di maggiore diseguaglianza o di inefficienza. Il caso norvegese delle "quote rosa" nei CdA delle imprese lo dimostra: c'e' molta ricerca economica che ha valutato quella decisione di policy, trovandola problematica.
    • Maria Rispondi
      In alcuni casi le quote sono l'unico modo per provare ad agire sugli stereotipi di cui parla Salvatore nel suo commento. Ci sono anche molti studi che ne mostrano gli effetti benefici (ad esempio http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0047272714001480).