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  1. Mauro Rispondi
    Ho sempre avuto l'impressione che molte ricette economiche che rimbalzano nell'opinione pubblica, e spesso diventano parte dell'armamentario di chi governa, abbiano un fondamento molto fragile. Talvolta, cioè che viene venduto come (superficialmente) ragionevole si dimostra poi clamorosamente sbagliato. Se questo è comprensibile che avvenga a livello politico, dove le scelte sono dettate da vari interessi che a volte, anche consapevolmente, sono ben diversi da quelli propagandati come gli obiettivi degli interventi, stupisce però che non vi sia, nella comunità di chi fa ricerca nel campo economico la capacità di prevedere, anche solo in prima approssimazione, gli effetti macroscopici dei provvedimenti prima che vengano adottati. In molti campi oggi si sanno fare simulazioni estremamente sofisticate e complesse, anche per la disponibilità di mezzi di calcolo sempre più potenti. Perché questo approccio non funziona in economia? Per quanto ancora gli economisti ci spiegheranno che le cose non hanno funzionato sempre un po’ dopo che sono successe?
  2. Alessandro Sebastiani Rispondi
    Chi non vorrebbe riforme che creino un “paese più efficiente”, con meno corruzione, una giustizia funzionante, meno criminalità, tecnologia più diffusa, meno tasse, meno burocrazia, assunzioni (e licenziamenti) più semplici, un governo più stabile, aziende pubbliche meno sprecone, appalti pubblici più trasparenti, ecc.,ecc.). Queste sono alcune delle tante riforme strutturali di cui l'Italia ha bisogno per riprendere il cammino dello sviluppo. Riguardo al fatto che il costo del lavoro non sia sceso nelle aziende irlandesi che hanno ridato slancio all'economia dell'isola, è noto come il prezzo dei salari è solo una delle componenti della competitività di un paese, peraltro è normale che si abbassi durante una recessione, non c'è bisogno che sia imposto ad un paese in crisi dalle istituzioni europee. Del resto se lo si tenesse artificialmente alto "per decreto" le aziende fallirebbero.
  3. Henri Schmit Rispondi
    Informazione interessante da non sottovalutare: http://www.linkiesta.it/it/article/2017/02/15/perche-le-aziende-abbandonano-la-california-e-perche-il-mezzogiorno-do/33262/
  4. Henri Schmit Rispondi
    Ottima analisi. IRL e GR sono 2 casi esemplari perché opposti. La conclusione ineccepibile dell’autore è che non tutte le riforme, condizioni o cause con effetti macroeconomici similari sono equivalenti, come appunto i 2 paesi menzionati illustrano. Forse servirebbe un passo in più, una proposta per l’Italia. Conviene insistere sulla diversità delle condizioni esistenti per rivendicare una ridefinizione dei parametri fiscali convenuti in precedenza? Forse. Ma non è una soluzione. Bisogna definire il modello di economia che si intende sviluppare e darsi i mezzi regolamentari per implementarlo. Il potenziale d’investimento e di sviluppo dell’Italia sarebbe immenso in diversi settori; basta pensare ai 4f, food, fashion, furniture, fun; nel fun sono comprese le attività turistiche, culturali etc. L’industria 4.0 vale trasversalmente, pure la protezione dell’ambiente e il risparmio energetico. Comunque sia, oltre un piano condiviso e la definizione di regole strumentali serve la coerenza del progetto nel tempo. Spesso si chiama superficialmente stabilità di governo, in realtà è consapevolezza e condivisione degli obiettivi più importanti. Il successo di paesi come IRL o Lussemburgo è costruito più su questo, un modello, delle priorità, degli strumenti continuamente aggiornati e la coerenza del progetto nel tempo; l’equivalente dell’Industrial Development Authority esiste in Francia; domani l’UK sarà IL grande concorrente e l’argomento della concorrenza sleale varrà sempre meno.
  5. Piero Fornoni Rispondi
    La mia opinione e’ che per vedere se le riforme strutturali portano ad uscire dalla crisi bisognerebbe guardare all’Estonia non all’Irlanda che e’ partita da una buona posizione. L’ Estonia dalla caduta del muro di Berlino in poi ha continuato ad attuare riforme strutturali anche piu’ avanzate di quelle dei paesi piu’ moderni, nonostante le varie crisi, ultima della quale e’ dovuta alle sanzioni alla Russia. Oggi l’Estonia ha un GDP per capita PPP di 26743 USD, superiore a quello della Grecia 24535 USD e simile a quello del Portogallo 26689 USD. Sto seguendo le vicende della Grecia, leggendo la stampa greca pubblicata in inglese e mi sembra di capire che 80% delle riforme richieste e’ stato approvato sulla carta, ma solo circa il 30% e’ pienamente operativo.
  6. vittorio Rispondi
    Il libro è di grande interesse. Come nel caso delle riforme strutturali, luoghi comuni e semplificazioni producono conseguenze sulla vita delle persone; è, perciò, meritoria l'analisi critica del prof. Boitani. Si parla dell'Irlanda come un caso di successo. Vorrei evidenziare come l'Irlanda applichi una tassazione sui redditi d'impresa del 12,5%, cioè nettamente inferiore a quella della maggior parte dei paesi europei. L’aliquota del 12,5% sulle attività produttive, industriali e commerciali, è stata mantenuta anche durante il programma di salvataggio di Ue e Fmi dal 2010 al 2013. Nel paese si applica anche un’aliquota del 25%, per le attività di investimento e di partecipazioni, ma la stessa è ridotta per la contemporanea esenzione dei dividendi e delle plusvalenze e per un’imposta del 6,25% per l’utilizzo dei brevetti. Le differenze fiscali sono un aspetto che andrebbe certamente tenuto in considerazione quando si parla di competitività nel contesto europeo.
    • Attilio Rispondi
      Salve, sono d'accordo con Vittorio riguardo al fatto che l'Irlanda non vada presa a modello della ripresa, essendo un competitor "sleale" in ambito fiscale rispetto ai paesi europei, credo che tuttavia si debba iniziare a ragionare sul fatto che sempre più alla base della capacità di un sistema paese di ripresa post crisi la struttura socio-demografica ed ancor di più fattori culturali. In merito ai due elementi da ultimo, ci sono elevate somiglianze tra Grecia ed Italia (in particolare del sud Italia), popolazione vecchia (più dell'estonia e dell'irlanda) e livelli di corruzione nel pubblico e privato ed evasione da primato, pertanto in un sistema del genere, Grecia o Italia sono equivalenti per me, senza riforme strutturali serie (vedi liberalizzazioni, semplificazioni burocratiche, giustizia etc.), politiche di incentivo alle famiglie e stimoli fiscali agli investimenti (vedi industria 4.0 et similia) non riusciremo ad uscire da un pantano che è si strutturale oggi. Basta questo piagnucolare tipico italiano di dire no ai sacrifici, si alla morfina etc. La forza dell'Italia del dopoguerra era gente che senza niente a supporto ha creato quella base industriale (oggi 2° in europa) che è un vanto, del tipo "il medico pietoso fa la piaga purulenta".