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  1. QualeWelfare Rispondi
    Dunque? Proviamo quindi a prendere sul serio l’idea che la flexicurity all’italiana esista almeno sulla carta, cioè senza che alle misure di policy (in alcuni casi peraltro solo abbozzate, come nel caso della Reddito di Inclusione previsto dalla legge delega contro la povertà) siano agganciate le risorse economiche. Quante risorse bisognerebbe prevedere per un compiuto, effettivo ed efficace sistema di flexicurity in Italia? Sulla scorta dell’analisi sviluppata sopra, e tenuto conto che il livello della disoccupazione in Italia è 4-5 punti più elevato rispetto ai tre paesi considerati, v’è da ritenere che ai già menzionati 6 miliardi per l’introduzione di un Reddito minimo su scala nazionale ne andrebbero aggiunti circa altri 20 miliardi se si volesse allineare la spesa a quella danese - destinando circa 1,6% del Pil alle politiche attive, per una spesa complessiva attorno al 3,2% - ovvero tra gli 8 e i 16 miliardi per portare l’investimento in politiche attive al pari di Olanda e Svezia rispettivamente. Pur in via approssimativa, il costo dell’effettiva costruzione della flexicurity all’italiana è notevole: tra i 14 e i 26 miliardi di Euro. È bene tenerne conto, specie se dovesse effettivamente aprirsi la discussione sulla modifica del Jobs Act.
  2. QualeWelfare Rispondi
    E l’Italia? L’Italia è quasi agli antipodi rispetto a questo modello, Se la spesa per le politiche del lavoro (1,9% del Pil) è più che raddoppiata in 10 anni,essa i) non supera la media dell’UE15, ma soprattutto ii) l’incremento di spesa si è concentrato nel comparto delle politiche passive (da 0,7% a 1,6% del Pil, 2006-14). Di conseguenza, e cruciale nella prospettiva della flexicurity, iii) il profilo delle politiche del lavoro italiane è ancora marcatamente sbilanciato sul fronte delle prestazioni per il mantenimento del reddito dei disoccupati a scapito dei programmi attivi volti a inserire, re-inserire e facilitare la permanenza degli individui nel mercato del lavoro. Le cifre sono impietose: 1,6% del PIL la spesa per politiche passive, soltanto 0,3% quella per politiche attive (1,9% e 0,7% le cifre corrispondenti nell’UE15).
  3. QualeWelfare Rispondi
    Secondo. Al di là delle considerazioni circa “qualità” delle politiche,governance del sistema ed efficacia delle strutture responsabili di promuovere l’incontro tra domanda e offerta sul mercato del lavoro,la semplice osservazione di alcune voci di spesa mostra una realtà completamente diversa da quella descritta nell'articolo. Danimarca, Olanda e Svezia, paesi che la letteratura identifica come modelli di flexicurity e cioè paesi che – in modi anche significativamente differenti tra loro - hanno investito in politiche di sicurezza al fine di bilanciare un mercato del lavoro (più o meno) flessibile si caratterizzano, cifre alla mano, per 3 caratteristiche. Primo punto, certamente non nuovo, ma troppo spesso dimenticato nel dibattito italiano, è che tali paesi spendono per le politiche del lavoro quote molto significative del PIL: 3,2% la Danimarca, 3% l’Olanda, “solo” 1,9% la Svezia peraltro a fronte di tassi di disoccupazione molto più bassi di quello italiano e sempre inferiori all’8%. Secondo, la spesa in politiche attive è superiore alla media dell’UE – il triplo in Danimarca, il doppio in Svezia, quasi una volta e mezza in Olanda. Tre, nel richiamato modello scandinavo sono le politiche attive ad essere prioritarie, in termini di spesa, rispetto alle politiche passive. Sono, questi elementi, tasselli ineludibili di un sistema di flexicurity compiuto: : in altre parole, l’elevata flessibilità non è gratis, ma ha un costo rilevante per le casse dello stato.
  4. QualeWelfare Rispondi
    Non è chiarissimo cosa significhi un "sistema di flexicurity quasi compiuto almeno sulla carta" comunque, l’Italia è davvro ben avviata verso un’efficace combinazione di elevata flessibilità sul mercato del lavoro e adeguata sicurezza come nel modello scandinavo? Una riflessione circa il rapporto tra disposizioni normative e risorse mostra che le cose non stanno propriamente così. Primo. È vero, l’introduzione non tanto di un reddito di cittadinanza, bensì di un reddito minimo universalistico e selettivo, diretto cioè ai soli individui bisognosi, rappresenta in effetti una delle misure fondamentali per garantire la sicurezza economica o perlomeno l’eliminazione della povertà - specialmente quella “assoluta”. Come noto, nei 28 paesi dell’UE, tale misura manca soltanto in Italia e in Grecia. Davvero non possiamo permettercelo? In realtà, la letteratura recente concorda sul fatto che il perdurare di tale lacuna non è da ricondurre a insuperabili vincoli di bilancio, bensì a dinamiche e scelte prettamente politiche. D’altronde, anche nelle maglie della Legge di Stabilità 2017 disegnata dal governo Renzi e approvata di recente in parlamento, si son trovati ben 7 miliardi per interventi espansivi sulle pensioni, mentre le risorse per la lotta alla povertà non supereranno 1,2 miliardi. Questione di priorità, collegate alle dinamiche della rappresentanza, alla negoziazione governo-parti sociali, al circuito del consenso politico governo-cittadini/elettori.
  5. Unacheinsegna Rispondi
    Vorrei chiarire che la buona scuola ha reso obbligatoria l'alternanza nei tecnici e nei licei. Molti istituti tecnici, basandosi sulla buona volontà degli insegnanti, proponevano l'alternanza, ma non in tutte le classi. Nei licei penso che il fenomeno sia stato ancora più raro. Solo nei professionali era obbligatorio. In questo senso è, per moltissime classi , una vera novità. I docenti che hanno costruito negli anni rapporti di collaborazione con le aziende e ragionato sulle competenze da costruire insieme hanno elaborato un percorso complesso che sarebbe doveroso mettere in comune
  6. Pietro Brogi Rispondi
    A metà degli anni 80, Dirigente di una multinazionale con uno stabilimento in Liguria e sedi regionali in tutta Italia accoglievamo in stage studenti di Istituti Tecnici e Professionali. Alla fine degli anni novanta uscito dall'Industria, come Professore in un Istituto Tecnico, mandavamo in stage, sia durante l'anno sia estivo gli studenti in varie industrie. La maggior parte degli studenti che volevano terminare gli studi dopo il diploma veniva assorbito dalle stesse aziende. Pensate che amare risate sentire le dichiarazioni della novità della alternanza scuola lavoro nella scuola italiana da parte di politici che di queste cose mai avevano sentito parlare........
  7. Giovanni Rossi Rispondi
    dalle note emergerebbe che uno dei motivi della scarsa efficacia del sistema di inserimento dipenda dalla scarsa efficienza dai centri per l'impiego; ma se ciò è vero, li si riformino migliorandoli o si chiudano
  8. amorazi Rispondi
    Proposte eccellenti ma che non fanno i conti con l'oste/scuola/università. Altra può essere la domanda essenziale: a che serve la scuola/università oggi? serve soltanto ad allontanare il lavoro/formazione/crescita! Perché non lasciamo soli questi peter pan?
  9. unocheinsegnaneitecnici Rispondi
    Per una volta sarebbe bello se le decisioni sull'alternanza scuola-lavoro si prendessero chiedendo anche a chi - sul campo, non da un aula del parlamento o di un università - ha seguito queste esperienze nelle scuole superiori per 10 anni...