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  1. Andrea Maurino Rispondi
    Nell'analisi si dovrebbe tenere conto anche del CNR che insieme ai suoi omologhi francesi e tedeschi sono stati gli enti che hanno avuto più fondi. Ma resta sempre il fatto che l'Italia riceve meno di quando da. Riguardo H2020 molti programmi richiedono una collaborazione con industrie e in Italia questo è limitante specie per le grandi imprese, mentre sul fronte della ricerca di base il confronto fra ERC vinti da italiani e programmi FET vinti da università dimostra ancora di più la necessità di nuovi fondi Italiani su ricerca di base che ci consentono poi di partecipare a questi bandi europei
    • A.C. Rispondi
      Ciò che dice è vero, se si considerano gli altri enti di ricerca, paesi come Francia e Germania hanno ricevuto molto di più delle università ma i dati qui citati focalizzano sugli atenei. Sugli altri enti (e.g. CNR, Fraunhofer, CNRS), se interessa, esiste uno studio ad hoc: http://bookshop.europa.eu/en/an-analysis-of-the-role-and-impact-of-research-performing-organisations-participation-in-the-framework-programmes-pbKI0116258/
  2. Giuseppe Mingione Rispondi
    "Piccoli" dettagli mancanti. L'Italia ha, tra i suoi competitor diretti, il minor numero di ricercatori per migliaia di abitanti (un terzo dei paesi scandinavi, metà di Germania, Francia etc). I finanziamenti alla ricerca di base sono praticamente stati azzerati. Con questi dati si fa fin troppo.
    • A.C. Rispondi
      Giusto, il numero dei ricercatori in percentuale della popolazione è più basso e si tratta certamente di un problema. Tuttavia anche il tasso di successo delle proposte italiane è più basso della media: Molti progetti non vengono approvati e su questo forse si può intervenire migliorando la qualità della progettazione.
      • Giuseppe Mingione Rispondi
        L'effetto non lineare della massa gioca un ruolo fondamentale, come pure la bassa sinergia con le aziende, guidate da una delle classi imprenditoriali più arretrate dell'Occidente. Dati da ricordare, soprattutto su un blog come lavoce.info, che ha ospitato le esternazioni di vari economisti che hanno per anni predicato la riduzione del sistema universitario, l'eccessivo numero del personale, la "chiusura del rubinetto". Il tutto a partire da contestabilissimi report nei cui titoli si accennava ad un non ben verificato isolamento internazionale dell'università italiana. Forse è il caso di riconoscere che oggi la prima cosa da fare è mettere fondi e soldi, e, da parte di qualcuno (non certo l'estensore di questo articolo), di riconoscere i propri errori.
  3. Marco Antoniotti Rispondi
    "Consiste nell’utilizzare sistematicamente una quota delle risorse dei fondi strutturali per attività di formazione, tutoraggio e assistenza tecnica ai team di ricerca e al personale amministrativo, oberato da una burocrazia interna complessa, per migliorare la capacità di preparare e gestire i progetti europei." Domanda: quali fondi? E: se colleghi "Inglesi" mi dicono "no non siamo interessati a partecipare a progetti H2020 dato che abbiamo già fondi nazionali", cosa rispondiamo alla domanda "quali fondi"? Per quanto poi riguarda la "burocrazia interna complessa", cosa si intende fare? Personalmente, ritengo che ogni risposta che parli di "competitività" *prima* di aver assicurato risposte alle domande di cui sopra, lascia ampiamente il tempo che trova. A presto Marco Antoniotti
    • A.C. Rispondi
      Le proposte avanzate mirano a migliorare la capacità di progettazione e il tasso di successo dei progetti. Non risolvono tutti i problemi, tra cui quelli che lei giustamente sottolinea: spesa per ricerca insufficiente e burocrazia eccessiva.