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  1. Maria Rispondi
    Non sono così sicura che le nostre lauree non siano qualificanti. E' vero che si fa molta teoria, ma la teoria è utile per acquisire la pratica. Il contrario è un pò più difficile. Più collegamenti con il mondo del lavoro sono necessari, ma occorre anche più coraggio da parte delle imprese perchè investano nelle competenze di giovani laureati, non facendoli lavorare solo come se fossero dei buoni diplomati. Spesso sento dire che i giovani laureati non sanno niente. Non è vero. E molto spesso sanno imparare meglio di chi una laurea non ce l'ha. Possono anche partire con una overeducation ma col tempo il gap si colmerà. Il sistema educativo sarà anche difettoso, ma mi chiedo anch'io come mai esportiamo tutti questi laureati......
  2. Mario Rispondi
    Sono d'accordo con gli autori dell'articolo sui contenuti, che è ciò che è più importante, ovviamente. Solo non capisco perché usano vocaboli in inglese, anche quando non si tratta di vocaboli tecnici. Ad esempio, che bisogno c'è di scrivere: "work related"? Non è che non si capisca, ma non ha senso la scelta, visto che non è un termine specialistico e che il concetto si può esprimere in italiano, che è la lingua che hanno scelto per scrivere l'articolo. Il mio è solo un consiglio sul piano stilistico agli autori. Si può scrivere meglio.
  3. FRANCESCO FERRANTE Rispondi
    Nel 2005 Faini e Sapir hanno evidenziato che ci troviamo intrappolati in un equilibrio caratterizzato da un basso investimento in capitale umano. Le cause sono legate sia a fattori di offerta sia di domanda, questi ultimi quasi sempre sottovalutati (soprattutto da Boldrin). Continuare a ripetere che è solo colpa della scuola e dell'università, come si è visto in questi anni di riforme, non ci porta molto lontano. Se è vero che la struttura industriale è endogena, lo sono anche le scelte educative. Numerosi lavori offrono robusto sostegno empirico alla tesi che le caratteristiche del nostro sistema produttivo spiegano la scarsa qualità delle politiche di gestione delle risorse umane di una parte significativa delle nostre imprese e la conseguente ridotta capacità di valorizzare la conoscenza. Per quanto riguarda la questione dei contenuti non professionalizzanti della formazione universitaria, rinvio ad un mio intervento su La Voce. Due domande: a) come mai l'Italia è l'unico paese avanzato esportatore netto di laureati? b) come mai le nostre imprese, insoddisfatte dei nostri laureati, non assumono laureati dall'estero come fanno le imprese tedesche, francesi e spagnole con i laureati italiani? Solo una logica da Big Push, basata sull'obiettivo di promuovere la riqualificazione del nostro sistema produttivo, può farci uscire da questa trappola.