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  1. marcello Rispondi
    Capisco le preoccupazioni, ma forse bisognerebbe partire dai disastri commessi grazie al federalismo. Sanità (allo sbando agli ultimi posti nell'UE nonostante 114 mld di trasferimenti). Rifiuti (mandiamo all'estero rifiuti per alcuni miliardi) e non abbiamo un ciclo dei rifiuti. Scuole con amianto e in uno stato di abbandono assoluto, spese per il personale 3 miliardi (5.000 dirigenti) e 71.000 dipendenti. Premi di risultato che consentono a avvocati dirigenti di andare in pensione con 651.000 euro annui o di guadagnare oltre 300.000 euro all'anno, Servizi di trasporto locale prarticamente falliti e indecenti, edilizia sociale meglio non parlarne, esposione della spesa per beni e servizi. A parità di prestazioni se lo stato avesse fornito direttamente i servizi avremmo un debito al 100% del PIL, con un risparmio netto di centiania di milardi. Imposizione locale esplosa con un +5% a livello generale, regioni fallite che hanno derivati impresentabili, Potrei continuare e per quanto mi sforzi non riesco a trovare un motivo per non chiedere una riforma radicale.
  2. piero Rispondi
    Come si può dire che il federalismo fiscale e' fallito quando le forze politiche, ancora non è entrato in vigore, l'Autore deve informarsi, Monti ha anticipato un'imposta del federalismo nel 2011 girando il gettito allo stato, i i governi tecnici hanno massacrato il federalismo, Renzi sta legiferando solo con il marketing politico, dire che il federalismo ha fallito, quando non è mai entrato in vigore e che Renzi abbia fatto manovre politiche contro e' la notizia più sbagliata che si voleva dare. Il federalismo e' la soluzione ottimale per ridurre la spesa pubblica italiana, i costi standard non sono entrati in funzione, i politici perderebbero la possibilità di utilizzare la spesa per mantenere le loro posizioni, Prenzi sul punto non ha avuto il coraggio di incidere.
  3. Henri Schmit Rispondi
    L'Italia ha preferito nel 2001 un federalismo fasullo a un vero decentramento (il criterio sono le autonomie locali, non la retorica federalista), nel 1994 ha preferito una seconda repubblica fasulla a un ammodernamento effettivo della prima (il punto debole è la scarsa autorevolezza del governo rispetto al potere-ombra dei partiti), e nel 2005 ha preferito un maggioritario fasullo a una legge elettorale che rispetta le libertà individuali, favorisce la formazione della maggioranza e permette un'equa rappresentazione delle minoranze (come per esempio un Mattarellum senza la quota proporzionale). Con la riforma del senato in corso, presunto ponte di passaggio verso la terza repubblica, peggioreranno i profili delle tre precedenti riforme: 1. per le autonomie (la clausola della supremazia nazionale è un chiarimento benefico,ma non basta; bisognerebbe riformare interamente la riforma del 2001, in senso razionale, non pseudo-federale); 2. per l'autorevolezza del governo (fasulla perché fondata esclusivamente sulle restrizioni alle libertà elettorali) e 3. per la democraticità della rappresentanza parlamentare (fasulla perché si sopprime il suffragio diretto per un ramo e si nega la libera scelta dei cittadini per entrambi) . Peggio di tutte se la cava la doppia riforma elettorale.Sta vincendo la partitocrazia contro i diritti individuali. Poveri noi! Rimane il problema dei problemi: gli investimenti PRIVATI, leva di tutto: crescita, occupazione e alla fine pure dei conti pubblici
  4. Cesare Didoni Rispondi
    Gli obiettivi di una riforma istituzionale (e fiscale) dovrebbero essere: efficacia (cioè un sistema che funzioni bene, migliori la vita delle persone) ed efficienza (cioè costi il meno possibile). I principi ispiratori dovrebbero essere: libertà dei cittadini, democrazia, semplicità, senso di appartenenza, coerenza con le migliori tradizioni e apertura al mondo. Penso siamo tutti d’accordo che alla base delle istituzioni italiane dovrebbero esserci i Comuni: l’istituzione più vicina ai cittadini, coerente con la nostra storia. Tutto quello che si può fare bene, economicamente, a livello locale, va lasciato ai Comuni, magari mettendo qualche ragionevole “paletto” o incentivo sulle dimensioni. Ai Comuni va lasciata effettiva autonomia e responsabilità economica. La Logica e la Storia direbbero di lasciare ai Comuni (ed esclusivamente ai Comuni), le tasse sui servizi erogati e l’imposizione sugli immobili. Non dovrebbero esserci imposte condivise tra Stato e Comuni. Assolutamente da evitare le aberrazioni attuali, quali: lo Stato che pretende una parte delle tasse sui servizi comunali, le imposte sugli immobili che non si capisce da chi sono decise e a chi vanno, addizionali varie sulle imposte sui redditi. Sopra i Comuni, si sono stratificati nel tempo: le Provincie, le Regioni, lo Stato Italiano, l’Unione Europea, più svariate organizzazioni, da sovracomunali a internazionali. Il pensiero prevalente, oggi, in Italia considera inutili le Provincie e dà per scontato il ruolo chiave delle Regioni. La mia ipotesi è invece che questo pensiero “unico” regionalista sia molto discutibile almeno da tre punti di vista: (a) storico/culturale; (b) risultati ottenuti; (c) ottimizzazione funzionale. Dal punto di vista storico, le Regioni, come istituzione politica e/o amministrative, non sono esistite, fino al loro inserimento (teorico) nella Costituzione Repubblicana (1948), attuato poi solo negli anni ’70. La storia d’Italia, è fatta da comunità locali e da Stati, o molto piccoli o relativamente grandi, i cui confini geografici non sono quasi mai riconducibili alle attuali Regioni. Per quanto riguarda i risultati pratici delle Regioni, in termini di servizi e qualità della vita dei cittadini, la sensazione diffusa è che siano modesti, ottenuti con costi sproporzionati, senza favorire un senso di partecipazione e identificazione nei cittadini. Dulcis in fundo, perfino il grave divario Nord/Sud che sia pur lentamente si era ridotto negli anni del dopoguerra e dello sviluppo economico, ha ricominciato ad allargarsi proprio dopo gli anni ’70, cioè (causalmente?) dopo l’attuazione delle Regioni. Le Regioni sono un’“invenzione” istituzionale, che non ha dato risultati positivi, perché sono troppo grandi per quello che dovrebbero fare e sono troppo piccole per quello che vorrebbero fare. In fondo servirebbe un ente intermedio, tra Stato e Comuni, per: gestire: Sanità, pianificazione del territorio e Istruzione (Università escluse). Per fare ciò, forse è meglio un ente, non troppo grande, tipo Provincia. Probabilmente in Italia basterebbero 60/70 provincie. Le Regioni andrebbero tranquillamente abolite. Le Regioni a Statuto Speciale non possono essere un vincolo eterno: già che si cambia la Costituzione, si elimino, rispettando eventualmente solo gli accordi internazionali (“Provincia Speciale” di Bolzano). Tutto quello che le Regioni si sono inventate per darsi importanza (Turismo, agricoltura, politica estera, cultura e quant’altro) potrebbe essere gestito meglio dallo Stato, direttamente, o con Agenzie specifiche, progettuali.
    • Karl Gudauner Rispondi
      Per instaurare una governance multilivello ben funzionante ritengo più confacente le regioni: hanno una dimensione appropriata, vantano una tradizione che facilita l'identificazione culturale, corrispondono meglio al sistema di interazioni instaurato tra UE, stato ed istituzioni locali. Una struttura locale ulteriormente frazionata ed artificiosamente ampliata comporterebbe ulteriori problemi di funzionalità. Ciò che rimane da sottoporre ad un'analisi approfondita sono le cause del malfunzionamento delle regioni e della plateale erosione del buon governo per capire come innestare i germogli per la rivitalizzazione della democrazia high road. Gli ambiti da presidiare sono educazione e formazione, libertà dei cittadini nelle scelte elettorali, responsabilizzazione dei decisori a tutti i livelli, efficientamento dei meccanismi di controllo. Ma, soprattutto: trasparenza. Va detto anche che bisogna evitare di buttare via il bambino (la regione) con l'acqua sporca. Ci sono, in Italia ed altrove, esempi di buon governo che testimoniano la funzionalità delle regioni come elemento portante di un'organizzazione federale. Il principio della sussidiarità è la colonna portante di un sistema, per il quale la conferenza stato-regioni è stata introdotta come elemento di confronto e di raccordo in un'ottica di federalismo concertato. Ciò che come concetto linguistico, ma forse anche istituzionale manca è il Bundesland, cioè una definizione che rimarca l'appartenzena rispetto all'autonomia.
      • bob Rispondi
        Gudauner mi perdoni ma del vostro "buon governo" (Bolzano e dintorni) ci sarebbe molto di dire e da ridire, per essere sintetici lo dico con una metafora " come quel figlio che prende lo stipendio ma vive a casa gratis con i genitori e non partecipa alle spese e ne al funzionamento dei problemi familiari". Riguardo al giudizio e all'analisi della " bufala federalista" basterebbe in questo Paese avere un pò di memoria storica ( me è roba da popoli civili e con grande cultura non certo cosa da masanielli). Basterebbe ricordare chi la proposta e con quale scopo. Basterebbe avere un pò di buon senso. 30 anni di assoluto vuoto politico, dove un clan ha pensato bene che invece di andare a Roma era più comodo creare 21 Roma moltiplicando burocrazia, posti di potere, famelica corruzione e dove al mediocre era più facile emergere a livello di condominio non avendo qualità per andare altrove. Basterebbe ricordare il tempo perso su concetti e progetti da commedia all'italiana: il dialetto nelle scuole, le ambasciate regionali all'estero, i strapagati funzionari regionali, la competenza su comparti strategici di un sistema Paese ( penso solo ai trasporti ) . Alle cose più semplici, ma non meno deleterie, fatte solo per poter giustificare la busta paga di funzionari inutili ( i gettoni di presenza) come la legge sui saldi con 21 date diverse per ogni regione, che costringe gruppi internazionali a cose folli e gestioni costose ( andate a chiedere ad un operatore Coin).
    • Henri Schmit Rispondi
      Bel intervento! Non so quale livello dell'autonomia è quello preferibile. I comuni sono essenziali, il resto può essere lasciato alla libera scelta dell'autonomia locale, in virtù della sussidiarietà. Quello che manca all'autonomia oltre i soldi è la democrazia: solo i presidenti di regione e i sindaci sono eletti liberamente, tutto il resto è roba truccata dai partiti per i partiti. Mancano assemblee locali con consiglieri eletti dai cittadini e elettoralmente responsabili davanti a loro. Purtroppo il modello monco dei comuni e delle regioni viene replicato adesso anche per la camera (=Italicum) mentre per il senato si sopprime qualsiasi potere di scelta dei cittadini. Non può funzionare un sistema in cui gli eletti che decidono (!) rispondono alle segreterie o ai capi dei partiti, non alla cittadinanza. Avremo enti locali incontrollabili in uno Stato incontrollabile. Altro che dieci milioni di Greci!
    • Amegighi Rispondi
      Concordo in pieno con le varie "fasulle" cose fatte. Siamo un popolo di poeti, e ovviamente, si parla più che veramente e pragmaticamente fare. Le Regioni non sono dei Bundesland, ma solo un'idea nata su una carta. Inutile parlare di autonomia tipo Alto Adige o Valle d'Aosta, quando manca un'unitarietà culturale come in quelle due Regioni. Forse, dico solo forse, si dovrebbe partire prima dal punto focale: chi paga cosa. Cioè una chiara definizione della tassazione e di cosa finanzia. Negli USA ci sono le tasse federali e si sa con chi arrabbiarsi se sono alte e i soldi spesi male; le tasse dello Stato e si sa con chi arrabbiarsi se sono alte e i soldi spesi male e infine le tasse locali. In tutti i casi si sa a cosa servono e cosa finanziano e il criterio di responsabilità è ben chiaro all'elettore/controllore. Qui, le varie proposte di federalismo, non hanno mai puntato ad una chiarezza fiscale, ma semmai ad una ulteriore nebulosità. Di conseguenza non si trova mai un responsabile netto dell'utilizzo dei soldi pubblici e quindi nessuno è colpevole.