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  1. lsu Rispondi
    Dopo dodici lunghissimi anni trascorsi dall’ingresso nei progetti dei L.S.U., non esiste ancora nessuna sicurezza sulle prospettive occupazionali in via definitiva. Chi vi scrive fa parte di un gruppo di 121 Lavoratori Socialmente Utili ( L.S.U. coinvolti in progetti del Comune . Da dodici anni, a colpi di proroghe, non ci viene riconosciuto un contratto nonostante il nostro impegno quotidiano ha garantito e garantisce l’espletamento di servizi essenziali ed indispensabili. Come se non bastasse il grave disagio psicologico ed esistenziale causato da questa interminabile precarietà lavorativa, va aggiunto il trattamento economico che ci viene riservato. Infatti, oltre ad essere palesemente sotto stimati per la “qualità” dei compiti assegnateci in funzione delle nostre competenze specifiche, non ci viene riconosciuto il diritto alla malattia e alle ferie. Una situazione che ci relega socialmente in un segmento di estrema povertà (la retribuzione, compresa quella inerente l’integrazione oraria, se non vengono decurtati gli eventuali giorni di malattia o di ferie, è di circa seicento euro mensili) che rende la sopravvivenza, com’è facilmente immaginabile, più che difficile, praticamente impossibile. Lo diciamo senza retorica, da persone mature con famiglia a carico cui questo tipo di reddito rappresenta, per la stragrande maggioranza di noi, l’unico e solo. Pertanto, attualmente siamo impiegati, sia in termini di orario che di produttività, come “veri” dipendente comunale ( ma restando pur sempre dei L.S.U. ), con gli stessi DOVERI ma senza alcun DIRITTO. Tanto è vero che a noi non viene riconosciuto, oltre a quanto già accennato, nessuna posizione contributiva né alcuna indennità di sorta. Vogliamo ricordare, inoltre, che il comune che ci utilizza, si trova con uno organico del personale ridotto a più del 50%.
  2. Giampaolo Rispondi
    Il RMI è una misura assistenzialistica e di impronta lavorista. Personalmente resto convinto che sia meglio un basic income se non universale inizialmente esteso alle fasce più deboli (per es. lavoratori atipici, anche nei periodi di lavoro e non solo in quelli di inoccupazione) e slegato dalla prestazione. Comunque è già bene che se inizi a parlare, in Italia, da buoni ultimi in Europa.
  3. giovanni Rispondi
    Il reddito minimo , in teoria, è un'ottima idea per i tanti privi di fonti di sostentamento. Sono socio di un'associazione nazionale di volontariato che assiste i poveri. Dal mio piccolo osservatorio constato che a fronte di alcuni casi di povertà vera e nera ,ce ne sono tanti d'indigenza camuffata : 1) Chi non vuole fare emergere il proprio lavoro in nero per convenienza :sono piccoli artigiani, prestatori di servizi vari ,operai saltuari che che rifiutano l'assunzione e in cambio chiedono il 50% dei soldi che sarebbero dovuti andare all'INPS,INAIL ecc.. 2) operai agricoli a cui 50 giornate di lavoro dichiarate bastano per garantirsi pensione minima e tutela infortunistica, 3) piccola delinquenza organizzata (e qui in Sicilia è vasta) che vive di furti ,imbrogli,paghette dei capi ecc... 4)l'elenco sarebbe infinito. Mi fermo. Il reddito garantito sarebbe una pacchia per tanti. Constato che i veri indigenti sono quasi sempre gli anziani,ammalati,persone manualmente o intellettivamente davvero incapaci. Prima di garantire occorrerà quindi discernere molto ,ma molto, perchè l'imbroglio è dietro l'angolo. Qui c'è un esercito di LSU che rifiuta il lavoro, stante che una Regione prodiga garantisce loro 450 Euro e a fronte di 20 ore lavorative (lavori non solo inutili ma molto riposanti e nullafacenti).Dopo magari lavorano in studi professionali o altro dove ne guadagnano altri 500 Euro. Con tanta soddisfazioni dei politici corrotti e delle loro clientele A questo punto facciamo tutti gli LSU , rovineremo così le future generazioni. Come nell'ex URSS pochi soldi a tutti per far quasi niente, o come nell'Argentina di Peron del "magnana fiesta". A forze di fieste i nodi poi vengono sempre al pettine.
    • La redazione Rispondi
      I problemi messi in luce nell'intervento del lettore sono reali e con essi occorre fare i conti. Sicuramente, la questione di una stringente "prova dei mezzi" e di una corretta implementazione delle politiche di reinserimento che non ripercorra gli errori dei LSU è decisiva. Al riguardo, l'esperienza fatta con la sperimentazione del RMI prima che venisse soppresso dall'attuale governo è variegata, con situazioni locali in cui prova dei mezzi e percorsi di reinserimento sono stati realizzati in modo serio e con risultati apprezzabili, e situazioni in cui ciò non è accaduto. E' proprio per questo che nel mio articolo ho cercato di chiarire come il reddito minimo vada concepito come parte di una politica di scurezza sociale più articolata e non imperniata solo né prevalentemente su di esso. Nel mio articolo parlo del reddito minimo come del terzo pilastro che segue altri due, che ai miei occhi hanno importanza decisiva: a) un sistema di ammortizzatori sociali più esteso, equo ed efficiente; b) misure di sostegno dei redditi per quanti sul mercato del lavoro ci stanno già ma con redditi bassi e discontinui, misure che possono essere strutturate in modo da incentivare il lavoro e la sua emersione. In questo quadro è possibile circoscrivere la platea di quanti chiederanno il reddito minimo a coloro che sono oggi esclusi dal mondo del lavoro, in quanto gli inclusi ma con redditi bassi e precari saranno sostenuti dagli altri due pilastri del sistema di sicurezza sociale. Una platea correttamente ciroscritta aiuterà a gestire in modo credibile sia la verifica effettiva delle condizioni economiche tramite "prova dei mezzi" sia la predisposizione di percorsi di reinserimento (inclusione) rigorosi ed efficaci. In assenza degli altri due pilastri, credo sarebbe elevato il rischio di un allargamento della platea dei richiedenti il reddito minimo che, rendendo più difficile sia la prova dei mezzi sia la costruzione di percorsi seri di reinserimento, darebbe spazio ai rischi evidenziati dal lettore. Cordiali saluti, Claudio De Vincenti