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  1. stefano cianchetta Rispondi
    Qui trovate un lavoro di Daveri sulle cause del declino (seconda metà anni 90) diverse dall'euro (cambio fisso con l'ecu) : riforme del lavoro (flessibilità), "seasoned management" http://www.oecd.org/regreform/reform/44537061.pdf "...The flurry of cheap labor originated from such half hearted labor market reforms has resulted in a decline of the equilibrium capital-labor ratio. It may have also discouraged the innovative ability of many entrepreneurs"
  2. rob Rispondi
    In Italia è in atto una vera nuova lotta di classe, tra una burocrazia enorme, invadente, improduttiva, asfissiante vecchia che sta cercando in tutti i modi di difendere i suoi privilegi (ormai indifendibili) e una parte ( minoritaria) del Paese attiva, produttiva, intraprendente che rischia sulla propria pelle tutti i giorni. Se la burocrazia fosse una casta da mantenere si potrebbe anche sopportare, invece è una categoria di persone che fonda il suo essere sul cavillo, sui bizantinismi, sul nulla. A questo si aggiunge la drammatica situazione culturale ( un Paese che nel 2014 ha percentuali di analfabetismo del 15-20%) , dove solo 1% dell'aziende utilizza internet, dove si spendono miliardi per permessi sindacali ( in pratica gente che occupa un posto senza aver mai lavorato ) . Questo è il male del Paese . Giuseppe de Rita quantifica nel 25% della popolazione coloro che trainano la carretta, un 75% un peso morto improdutivo e ostacolante
  3. Ivan Commisso Rispondi
    Zingales scopre l'acqua calda. Molto meglio di lui e anni prima di lui, Alberto Bagnai, con il suo libro "Il tramonto dell'euro" e il suo blog www.goofynomics.blogspot.com, ha ben descritto quello che stava accadendo e le conseguenze che avrebbe avuto. Zingales ancora insiste con il parallelo svalutazione-inflazione ma tutte le ricerche in cui mi sono imbattuto (anche su questo sito) dimostrano che il coefficiente di trasferimento svalutazione-inflazione è molto inferiore all'unità. Inoltre si insiste con la produttività: ma siamo proprio sicuri, alla luce di tutte le evidenze che abbiamo, che sia un problema di offerta? I dati, drammatici, dicono che siamo di fronte ad un enorme problema di domanda e qui si insiste sulla produttività. Ma almeno un'occhiata ai dati di investimento in percentuale del PIL di Italia e Germania (fonte: FMI) scrittori e commentatori li hanno studiati? Se li avessero studiati avrebbero scoperto cose interessanti, tipo che l'Italia investe molto più della Germania da un quindicennio a questa parte. Chiosa finale: straordinari i difensori del libero mercato a cui però piace tantissimo la dittatura del cambio fisso, ossia la negazione logica del libero mercato.
    • Maurizio Cocucci Rispondi
      Ho letto il blog ma alcuni argomenti non li trovo convincenti. Ad esempio proprio il significato che si vuol dare dalla comparazione del rapporto investimenti/Pil. Mi sembra che da solo sia poco significativo. Mentre quello sulla produttività lo è già di più tant'è che nell'unire le due cose potrebbe indurre a pensare che l'Italia ha investito di più ma male dato che alla fine la produttività è inferiore a quella della economia tedesca. Il valore degli investimenti ad esempio è poi influenzato anche dalle dimensioni delle aziende. Un esempio semplice: se una azienda fattura il doppio di un'altra ma entrambe acquistano lo stesso bene, l'incidenza sul fatturato della prima è inferiore rispetto all'altra. Inoltre anche ragionando in termini proporzionali (al volume di produzione realizzata) si deve tenere conto del fattore 'economia di scala': più aumentano le dimensioni e meno pesano i costi fissi, quindi anche gli investimenti. Nel caso specifico la Germania ha inoltre investito molto all'estero al fine di delocalizzare una parte considerevole della produzione dal basso valore aggiunto e questo nella statistica che lei richiama non viene considerata. La tesi del prof.Bagnai vuole la moneta unica adottata in un'area non ottimale la ragione principale della crisi del nostro sistema economico, eppure guardando ai dati dell'export possiamo verificare che il trend italiano è tra i migliori dell'Eurozona. Il nostro problema è la domanda interna, non quella estera.
      • stefano cianchetta Rispondi
        Qualche problemino nell'export lo abbiamo avuto: "If Italy’s real exchange rates had evolved in a similar way to Germany’s since the beginning of 1999, Italy’s export growth would have almost matched that of Germany’s, while in reality it was less then one third its size. Traditional export equations are a useful tool to quantify the respective roles of income and prices for export developments. These equations explain export developments by changes in (i) foreign demand and (ii) price competitiveness. (vedi tabella IV.2). The equations can also be used to assess the contributions of various determinants to export growth during 1999-2008 (see Table IV.2). The simulations show that foreign demand was the main driver of exports but price competitiveness was key for explaining differences in export performance across euro-area countries. The comparison between Germany and Italy is informative of the role played by price competitiveness. Economic and Financial Affairs Directorate-General European Commission" (pagine 25-26) http://ec.europa.eu/economy_finance/publications/qr_euro_area/2010/pdf/qrea201001en.pdf
      • AM Rispondi
        La caduta della domanda interna è stata inizialmente scatenata dall'aggravio fiscale. In particolare l'IMU, una patrimoniale pesante suggerita all'Italia dalla Bundesbank, ha spaventato molti italiani che memori dell'inflazione avevano investito i loro risparmi nel mattone.
  4. michele 72 Rispondi
    Quelli che oggi criticano l'euro come i berlusconiani ricordo che ci avevano regalato la calcolatrice pensando che bastasse capire il cambio invece di preoccuparsi di evitare che 1000 lire diventassero 1.000 euro. Continuiamo a dare colpa a tutti ma noi siamo stati protagonisti del nostro male e ora la soluzione è uscire dall'euro? Ma vergognatevi. Siete una banda di cialtroni.
  5. Marcello Esposito Rispondi
    Non ho ancora letto il libro ma dal resoconto emergono parecchi punti deboli. Il primo riguarda quello che secondo Zingales l'italia avrebbe dovuto fare prima di entrare nell'euro: rinegoziare i debiti. Rinegoziare i debiti pensionistici è stato fatto e nell'arco di quasi 20 anni, a partire dalla grande riforma che ha introdotto il contributivo fino alle ultime code della riforma Fornero. Rinegoziare il debito pubblico vuol dire "defaultare" e, quindi, suicidarsi. Può sembrare una cosa semplice se la si disegna alla lavagna, ma qualunque paese a qualunque latitudine cerca con tutte le forze di evitarlo. Tra l'altro, Zingales dimentica che esistevano delle condizioni per entrare nell'euro, ma questo è un punto "tecnico" e "politico" che può essere eluso se si ragiona in termini puramente astratti. L'altra cosa che mi lascia estremamente perplesso è il presunto errore per la regolamentazione bancaria di considerare i titoli di Stato come risk-free. Questo è il fondamento su cui si basa qualunque sistema bancario evoluto e su cui si basa lo stesso sistema bancario americano. La crisi dell'euro è sorta proprio perchè ci siamo resi conto, con la Grecia, che un emittente sovrano in Europa può fallire. L'obiettivo che ci dobbiamo porre è come fare per evitare che un emittente sovrano possa fallire in futuro. Ci siamo imbarcati in fiscal compact, six pack, fondo salva-stati, "whatever it takes" mica perchè avevamo voglia di farci del male. Anche perchè la proposta di ZIngales, presupponendo l'eliminazione di un backstop per il mercato dei titoli di stato, genererebbe fenomeni di sunspot che metterebbero facilmente a rischio il sistema finanziario europeo (e quello mondiale) soprattutto in un contesto istituzionale debole come quello europeo. La crisi dello spread del 2011-2012 non sarebbe più arrestabile se le banche dovessero mai considerare i titoli di stato come attività a rischio. Tra le soluzioni, anche l'idea che la Germania possa uscire e il resto d'Europa continuare come se nulla fosse, denota una scarsa conoscenza dei meccanismi politici europei (vi ricordate che la Spagna si rifiutò a metà anni '90 di fare compagnia all'Italia fuori dall'euro? pensate che la Francia accetti di lasciare andare la Germania per unirsi a Italiani, portoghesi, ....) e del funzionamento del mercato: quando ci fu la crisi dello spread, Uno dei trade che andava di moda per guadagnare sull'euro break-up era quello di acquistare protezione (via cds) su francia e vendere protezione su italia. Se l'Italia è fuori, la francia è fuori ... quindi tanto vale sfruttare il carry dell'Itaia. Pensare che il mercato ritenga credibile e duratura una unione monetaria di paesi deboli è pura illusione.
    • Michele 39 Rispondi
      Per quello che vale, sono molto d'accordo. Queste osservazioni, nel loro rigore logico, prima ancora che economico, sembrano tra l'altro poter offrire basi abbastanza solide ad una sorta di "libro bianco" con il quale, guidati da Frracia e Italia, fondatori dell'Ue, tutti Paesi dell'Eurogruppo, ma direi anche di tutti gli altri fra i 28 che versano in oggettive difficoltà, potrebbero tentare di convincere il "ceto politico" germanico (uso consapevolmente un termine generico), di una tesi di Ugo La Malfa, purtroppo sempre inascoltata dai nostri politici. E cioè che l'idea che le aspettative dell'opinione vadano sempre assecondate in nome del consenso, anche errate e indotte da miti, prima inseguiti poi alimentati dai media, sia un'idea corruttrice. Qualcosa che prima indebolisce i gruppi dirigenti e alla fine li priva del tutto dello stesso potere che mirano a salvaguardare assecondando ogni tendenza, purché ampia e magari "gridata". Le pesanti ipoteche populistiche sul potere che ovunque in Europa prendono forza, non solo non smentiscono, ma a ben guardare, danno forza a quella tesi. In altre e più semplici parole, il dibattito scientifico ha ormai prodotto risultati più che sufficienti per la formulazione di una proposta politica di correzione degli errori nella gestione dell'Euro e dei suoi effetti più o meno previsti e prevedibili, palesemente molto più saggia, praticabile e in definitiva corretta di un suo smantellamento che rischierebbe di innescare un processo capace di riportare la storia europea indietro si un secolo, al 1914 e dintorni.
  6. Roberto Rispondi
    Buongiorno, mi ha convinto leggerò con interesse il libro. L'unica cosa che non mi convince affatto è quando parla di perfetto tempismo nella pubblicazione di questo volume. Sono certo che nessuno di noi, anche se bravo, vorrebbe incontrare un medico al pronto soccorso con tale velocità di analisi e tempismo.
  7. Piero Rispondi
    Almeno Zingales ha il coraggio di prendere una posizione critica sull'euro e sui suoi effetti negativi, i cittadini dei paesi meridionali aderenti all'euro dovranno decidere se accettare una politica di rigore che prevede una riduzione dei salari dei lavoratori, per pagare il debito pubblico accumulato oppure creare un'area valutaria per le loro economie, non si parla di ritorno alle valute nazionali, ma di creare un'area valutaria denominata euro2, area che potrebbe essere anche estesa ai paesi che sono fuori dall'euro come la Polonia, la Romania ecc. naturale che a questo punto, voglio vedere il comportamento della Merkel, esce dall'euro, così non lo condiziona più, oppure permette a Draghi di fare la vera politica monetaria di cui necessità oggi l'Europa, non sarebbe altro che le stesse misure adottate dalla Fed, invece di 80 miliardi mese, sarebbero sufficienti anche 60 miliardi mese di QE sul secondario proquota di tutti gli stati per almeno 5 anni. Ho letto il libro di Zingales, tutto perfetto, non condivido il paragone fatto con l'Argentina sull'uscita dall'euro dell'Italia, abbiamo due situazioni molto diverse tra loro due economie molto diverse, non è paragonabile; al contrario un esempio l'Italia lo ha vissuto con l'uscita dallo Sme, succederanno le stesse coste, solo che abbiamo in più i costi per stampare la nuova valuta.
  8. rosgio Rispondi
    Non mi risulta che avevamo perso competitività. Le cose stanno un po' diversamente. Nino Galloni ci ha spiegato come il progetto criminale di come deindustrializzarci e chi ci ha venduto alla Germania e all'Europa criminale. L'Argentina agganciando si ad una moneta forte come il dollaro ha pagato cara la pelle; la storia non insegna nulla ma è normale con questa classe politica. Bisogna fermarli e subito e riprenderci le chiavi di casa prima che vendiamo gli ultimi gioielli come l'oro che vorrebbero mettere in un fondo così che verrebbe aggredito dalla finanza e dalla speculazione.
  9. Rebel Ekonomist Rispondi
    Sul fatto della "specializzazione produttiva italiana" come problema della produttività ricordo che avevamo fatto qualche lezione a Novara in cui si diceva proprio quello. Forse è stato fatto anche qualche lavoro (vado molto a memoria) in cui i confermava la tesi di Zingales. Vi era poi tutta la questione dei distretti industriali in ballo.
  10. stefano cianchetta Rispondi
    Dal Foglio: "O l’Eurozona si autoriforma nei prossimi 18-24 mesi – conclude [Zingales] l’economista di Chicago – oppure i costi di rimanere cominceranno a eccedere i benefici e l’uscita diventerà il male minore”. http://www.ilfoglio.it/soloqui/23026 Apprezzo che Zingales riconosca il tratto fortemente antidemocratico del percorso UEM promosso da forze nominalmente di sinistra (ordo-liberismo versione von Hayek più mercantilismo tedesco). Comunque, le soluzioni di Zingales proposte nel dibattito con Fubini (sussidio di disoccupazione europeo / uscita della Germania) richiedono un livello di cooperazione che evidentemente è mancato e probabilmente mancherà. Quindi, come riconosce Zingales, è assolutamente razionale preparare il piano B. https://www.youtube.com/watch?v=AqT0d6OaZSM Riporto anche un commento di Barra Caracciolo circa la posizione sostenuta al convegno di a/simmetrie sull'euro dall'On. Fassina sullo stesso punto (cooperazione dai paesi core?) Una cosa affermata in quel dibattito da Fassina contiene in sé una obiettiva verità: se si guarda all'effettivo contenuto dei trattati, e quindi al disegno consolidato che perseguono, incentrato com'è, fin dallo SME, sul coronamento di un modello socio-economico legato al vincolo monetario "one size fits for all" (con tutte le sue implicazioni), immaginare un'euroexit concordata esigerebbe una convergenza, un'apertura alla revisione dei rapporti di forza, almeno pari a quella della stessa revisione dei trattati. Quest'ultima implicherebbe, infatti, per essere risolutiva, un sacrificio della Germania (sicuramente da essa come tale percepito): cioè l'adesione da parte sua ad un'idea cooperativa che forzi le sue politiche economiche verso un'espansione della sua domanda interna, con una controcorrezione prolungata (e simmetrica) dei tassi di cambio reale e della crescita reale dei salari, che è contraria sia alla monolitica pretesa di percorrere una correzione gold-standard fatta propria dalle istituzioni UE, sia alla stessa tradizione mercantilista della Germania." http://orizzonte48.blogspot.it/2014/04/euro-exit-concordata-o-disordinata-da.html Qui il video http://www.asimmetrie.org/news/uneuropa-senza-euro-costi-e-benefici-per-famiglie-e-imprese-nelle-proposte-di-economisti-e-politici-europei/
  11. Massimo Matteoli Rispondi
    Una domanda da non economista: se le imprese italiane non sono né efficienti, né produttive per quale motivo da almeno 10 anni, nonostante l'euro verrebbe voglia di dire, stanno sommando record su record nelle vendite sui mercati esteri, cioè nei luoghi dove è massima la concorrenza sia dei paesi a più basso costo del lavoro che di quelli più produttivi ? Come può l' Italia delle piccole imprese e dei distretti industriali tenere testa ai giganti mondiali dell'export (Germania. Giappone, Cina, tanto per avere chiaro di cosa si parla) nonostante tutti i grandi economisti ed esperti non facciano altro che cantarne il de profundis? Non vorrei sbagliare ma temo che i professori e gli esperti guardino troppo le realtà della grande impresa straniera e non abbastanza le piccole e medie imprese, che non a caso fioriscono di preferenza nelle piccole e medie città italiane base dei nostri distretti industriali. C'è lì qualcosa che sfugge alla loro analisi macroeconomiche e quantitative che, evidentemente, fa la differenza sui mercati.
    • accaldato Rispondi
      In effetti in Italia stiamo constatando un boom economico e produttivo senza precedenti, con un fiorire di piccole e medie imprese esportatrici, grazie anche a un credito alle imprese cospicuo e a buon mercato. Il tasso di disoccupazione è molto basso e la cassa integrazione è quasi scomparsa. Insomma, la sua pensione è al sicuro, gentile Sig. Matteoli.
  12. stefano cianchetta Rispondi
    Aggiungo il grafico dal blog Goofynomics di Bagnai: http://goofynomics.blogspot.it/2013/05/declino-produttivita-flessibilita-euro.html "Il fatto stilizzato par excellence dell’economia italiana, negli ultimi venti anni, è questo: http://2.bp.blogspot.com/-Gmlhw93wCMQ/UYF1eSZcBPI/AAAAAAAAATk/oCrMZUPBlqk/s1600/Dec_04.JPG In verde trovate la produttività del lavoro (ALP, average labour productivity). In rosso il tasso di cambio lira/ECU (lire per ECU), che dal 1999 diventa il tasso di cambio irrevocabile con l’euro. ... Per chi ama le misure, le due serie hanno una correlazione di 0.973 in livelli e di 0.431 in tassi di variazione, entrambe significativamente diverse da zero: c’è poco da dire, le due serie si muovono insieme, e in particolare, è visibile, si fermano insieme. Nel 1996, dopo aver raggiunto un picco di svalutazione, l’Italia rivaluta, e da quell'anno la crescita della produttività pare arrestarsi".
    • Maurizio Cocucci Rispondi
      Ho provato a leggere l'articolo ma francamente è una vera impresa districarsi tra offese, citazioni fastidiose (Norimberga releghiamola al contesto storico in cui è caratterizzata, non in discussioni di economia), divagazioni spesso incoerenti e affermazioni di cui non si capisce il senso. Insomma un articolo ricco di qualche spunto che però non seguendo un filo logico continuo non può essere valutato adeguatamente e così non si ha la possibilità di replicare o viceversa di apprezzarlo (nel caso dimostrasse qualcosa di interessante).
      • stefano cianchetta Rispondi
        E' ciò che rende il blog divertente oltre che ricco di spunti potremmo limitarci a commentare il grafico. Che altro accadde nella seconda meta degli anni '90 che atterrò la crescita della produttività?