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  1. Antonio Carbone Rispondi
    Condivido in buona parte l’articolo ma, ancor di più (mi perdoni l’autore), il commento di Iris che sposta l’attenzione dai “progetti” - sui quali è incentrata la proposta di Virno - su quanto viene prima e dopo di essi (le scelte programmatiche pubbliche, il controllo sociale su di esse e sull’attuazione dei progetti). Vorrei segnalare, tuttavia, che la discussione in materia di investimenti pubblici, sia nazionali che europei, si concentra sulle modalità di finanziamento delle opere e quasi mai sul finanziamento degli stessi progetti. Essi vengono visti quasi come una entità astratta che, ad un certo momento tra la nascita di un bisogno collettivo (un’opera, una infrastruttura, un servizio, ecc.) e la decisione di realizzarlo, appare come per incanto a concretizzare con tavole grafiche, relazioni, analisi tecniche ed economiche, quanto desiderato dalla collettività e dagli amministratori. La proposta di Virno di partire da studi di fattibilità o da progetti preliminari è purtroppo superata dalla prassi corrente nella quale un tipico bando regionale per l’assegnazione di fondi comunitari per la realizzazione di un’opera, richiede almeno progetti definitivi, dando un ulteriore maggiore punteggio ai progetti esecutivi (i famigerati “cantierabili”). Qualcuno si chiede a quali fondi attingano le amministrazioni pubbliche per finanziare la progettazione che, se ben fatta, richiede mesi di lavoro? In molti casi la risposta è: a nessun fondo, l’incarico viene dato a un tecnico con la promessa che sarà pagato quando l’opera sarà finanziata (ho semplificato molto e non ho indicato le modalità peggiori). Nella massa dei debiti, di cui tanto si parla, accumulati dalle pubbliche amministrazioni, ci sono anche questi. Non è che non esistano fondi specifici presso la Cassa Depositi e Prestiti (Fondo di rotazione L.549/95 e fondo per la progettazione preliminare L.144/99), è piuttosto che i tempi di una buona amministrazione spesso non vanno di pari passo con quelli della politica. Detto questo, non voglio demonizzare la politica e ho presente le complessità che la variabile tempo introduce nei processi decisionali in termini di variazioni del contesto, delle risorse disponibili, del consenso pubblico, ecc. Per rafforzare la capacità di spesa dei Fondi strutturali bisogna pertanto agire in maniera organica, in primo luogo rivedendo i processi decisionali e attuativi delle opere pubbliche, migliorando la capacità amministrativa, contrastando la corruzione e, aggiungerei, prendendo sul serio la fase progettuale che oltre a concretizzare l’idea alla base di un investimento, può anche essere un momento di partecipazione pubblica in cui affrontare preventivamente quelle criticità (soprattutto sociali e ambientali) che spesso hanno determinano il fallimento di tante opere.
  2. Renato Chahinian Rispondi
    Sono condivisibili le osservazioni ed i suggerimenti dell'autore. Aggiungerei che l'unica cosa da fare nei contenuti per migliorare il funzionamento dei Fondi strutturali ai fini della crescita passa attraverso i seguenti passaggi logici. La coesione, unico scopo dei fondi, viene suddivisa in: convergenza, competitività regionale e occupazione, cooperazione territoriale. Se anche per ottenere la convergenza, occorre maggiore competitività, risulta che tutte le regioni (avanzate ed in ritardo di sviluppo) raggiungono il proprio fine accrescendo la propria competitività. Ma la strada maestra per raggiungere una competitività durevole è data dalla produttività, la quale realizza pure la crescita economica. A questo punto non rimane che stimolare i fattori di produttività che, secondo le principali teorie sullo sviluppo economico, si concentrano sul capitale umano e sull'innovazione (oltre al capitale sociale ed alle istituzioni, che però ottengono risultati a più lunga scadenza). Pertanto occorre che i regolamenti comunitari e nazionali insistano di più su capitale umano (in particolare sulla formazione, che è più direttamente collegata alla produzione) e sull'innovazione (non solo tecnologica, ma anche organizzativa e di mercato). In questo modo i risultati d'impatto che si produrrebbero alla fine del 2020 sarebbero notevoli e ben superiori ad ogni attuale previsione.
  3. Pamer Rispondi
    Tra i temi sull'uso dei fondi mi pare che quello sulla cooperazione territoriale e le macroregioni debba essere guardato anche dal punto di vista del valore aggiunto per l'Italia: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=47688
  4. Iris Rispondi
    La proposta di Boeri e Perotti è un esempio di come le scelte valoriali possano essere mascherate da considerazioni di efficacia/efficienza, perché di fatto subordina gli obiettivi della coesione – di rango costituzionale - a quelli della politica nazionale, rinunciando ai primi. Ciò nonostante, potrebbe essere un’intelligente provocazione per segnalare la necessità di un radicale cambio passo; l’autore dell’articolo invece, si pone in un approccio incrementale al cambiamento, senza tener conto delle cause che hanno perpetuato il quadro sconfortante evocato da Perotti. Nessuna "regola minima" è in grado di compensare l’incapacità di scelta della politica (soprattutto dei governi regionali), tanto più che il ciclo di programmazione comunitaria non coincide con il ciclo elettorale; serve piuttosto un ragionamento ben più sofisticato di public choice, analisi decisionale, verifica dei prerequisiti, presidio dell'attuazione e controllo sociale. Così come serve una credibile politica nazionale di contrasto all’illegalità e alla corruzione, senza la quale non sarà mai possibile riqualificare la spesa pubblica. Dietro la “frammentazione in micro-interventi a pioggia”, non c’è poi soltanto incapacità e scelte clientelari, ma anche la somma di interventi comunali che altrimenti non sarebbero stati finanziati, così come dietro le “infrastrutture costruite e abbandonate”, ci sono anche le conseguenze dello squilibrio fra gli investimenti dei Fondi Strutturali e la latitanza della politica nazionale e regionale, che non dà risorse correnti per la gestione e manutenzione delle infrastrutture, né definisce un adeguato assetto regolatorio. A fronte di tutto ciò, non basta scrivere regole su come le cose dovrebbero essere, seguendo peraltro lo stesso approccio prescrittivo di quella burocrazia di cui l'autore auspica la rimozione. Bisogna piuttosto tener conto che la difformità fra le prescrizioni scritte nei documenti di programmazione e ciò che viene realizzato, non è dovuta solo all’insipienza della burocrazia, ad errori e a devianze illegali, ma anche alla complessità dei processi decisionali, in interazione con i processi attuativi. Tale complessità è accentuata dalla variabile tempo: i rapporti di forza mutano, il contesto si modifica e le stesse preferenze sono instabili; nel passar del tempo, potrebbero diminuire la leadership, la partecipazione, le risorse, il consenso, mentre viceversa potrebbero rafforzarsi gli interessi contrari ai progetti inizialmente individuati. Sono proprio queste le variabili cruciali da governare, in un costante, fluido e difficile processo di fine tuning fra ciò che si scrive nei documenti di programmazione, ciò che i diversi agenti intenzionalmente perseguono e ciò che viene effettivamente realizzato. In conclusione, una provocazione intelligente può stimolare il confronto, ma un eccesso di semplificazione rischia di essere fuorviante; per affrontare la complessità del mondo reale, servono strumenti e azioni complesse da realizzare in un processo iterativo e interattivo, non soltanto regole minime.