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  1. Tommaso Arenare Rispondi
    Ottimi spunti e temi molto chiari. Ho il privilegio di osservare per professione come negli ultimi anni sono state scelte le persone entrate nei consigli di amministrazione. La legge è servita da stimolo agli azionisti, obbligati a cambiare consiglieri per inserire donne, perché le scegliessero valutandone le competenze. Ne è derivata maggiore attenzione a scegliere persone capaci. Il ragionamento di molti è stato: mi si chiede di scegliere una donna, cerco di sceglierla brava. Da lì è stato facile il passaggio successivo: una donna brava porta buoni contributi. Allora anche se scelgo un uomo lo voglio scegliere per bene. Si è aperta più di prima la porta al merito. Infine, non meno importante, diverse società hanno valutato se ridurre il numero dei consiglieri di amministrazione. A parità di altre condizioni, un consiglio più ridotto funziona meglio.
  2. nonsono unpanda Rispondi
    Cercare di dimostrare con numeri che é meglio avere donne nei cda serve solo a mascherare l'obbrobrio giuridico di una legge che fissa discriminazioni sul genere. Se la legge é giusta, moralmente ineccepibile, liberale e democratica che bisogno c'è di cercare di dimostrare che: guardate che comunque si guadagna di piú, funziona tutto meglio? Questo sito ci ha abituato ad analisi piú accurate degli studi e considerazioni piú profonde sulle diverse interpretazioni possibili degli stessi, sugli scenari, i pro e i contro. Qui invece si sostiene che é tutto bello e buono. Piú che un approfondimento a me sembra semplice propaganda di parte.
  3. stefano mengoli Rispondi
    Scusate la banalità che nasce da esperienza anedottica essendo non testata statisticamente ma, almeno con riferimento all'Italia, davvero mi appare un falso problema. I membri sono eletti dal controllante che co-opterà una donna che non si opponga alle decisioni piuttosto che un uomo. Cosa effettivamente si modifica? Se guardiamo ai board con donne nei Cda delle imprese italiane con occhio critico appare evidente che molte donne sono semplicemente state co-optate in modo arbitrario (alcune sono andate a sostituire il marito; altre sono entrate nel board ove continua a risiedere il marito; stesse dinamiche emergono per le figlie etc.). Non mi pare quindi un gran miglioramento. La situazione è quindi disarmante e non penso che in realtà la presenza femminile senza alcuni distinguo migliori le cose. Focalizzerei infatti più l'attenzione sull'indipendenza del board. Se la nomina è realmente indipendente, la distinzione di gender perde tanto della sua rilevanza. Ritengo infatti che le donne abbiano davvero qualità indispensabili e non presenti negli uomini come appare emergere anche dagli studi di finanza comportamentale (purchè siano quelle donne che hanno avuto la meglio su un mercato concorrenziale). La politica italiana non ha insegnato nulla in proposito?