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  1. AM Rispondi
    Condivido buona parte di quanto esposto dall'Autore. In Europa si parla molto, ma in concreto non si è fatto molto e la solidarietà lascia a desiderare. Nella situazione attuale il carico grava in modo ineguale sui vari paesi colpendo quelli più esposti per la collocazione geografica e non sui paesi che sono la meta aspirata dai migranti. Nei paesi d'origine l'Europa è idealizzata (un po' come gli USA in Italia nel 1945) e sono sottovalutati sia i rischi del viaggio sia le opportunità di lavoro disponibili. Allacciandoci all'esempio fatto dall'Autore in alcuni casi è come se per un poco di fumo dai fornelli (e non per un vero incendio) si decidesse di fare un volo dalla finestra senza valutare l'impatto sul terreno.
  2. Sergio Ferraiolo Rispondi
    Caro Sergio, se sicuro di poter distinguere agevolmente fra migranti economici e richiedenti protezione? La distinzione, operando solo la Convenzione di Ginevra era abbastanza semplice fondandosi su persecuzioni individuali. La Direttiva 2004/83/CE del 29 aprile 2004 (cd. Direttiva “qualifiche” e, specialmente, la sua “rifusione” nella 2011/95/UE) ha un po’ confuso le acque. La sostanziale equiparazione dello status di “protetto sussidiario” a quello di rifugiato e l’introduzione del criterio della “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale” ha spostato la protezione dall’individualità della persecuzione al dato oggettivo della qualità della vita nel Paese di origine, riprendendo un po’ il senso dell’articolo 10, terzo comma della nostra Costituzione. Non parlo di conflitti brevi o esplosioni di guerra civile come in Tunisia per i quali, come dici tu, dovrebbe attuarsi la Direttiva 2001/55/CE, oppure, autonomamente in Italia, l’articolo 20 del T.U. immigrazione. Parlo dei conflitti endemici e dimenticati, Somalia, Eritrea, alcuni Stati africani, in cui il conflitto interno si protrae da anni ed anni ed anni nei quali, l’uomo è un essere adattabile, comunque la vita continua a svolgersi. Ovviamente un abitante di questi Paesi troverà ragionevolmente giusto chiedere alla vita un futuro migliore per sé e per i suoi figli in un Paese dove la guerra non c’è. In base alla Direttiva “qualifiche” queste persone hanno diritto alla protezione internazionale né più né meno dei rifugiati, ma la loro storia è enormemente diversa.
    • Sergio Briguglio Rispondi
      Proprio perche' non sono affatto sicuro di poter distinguere i migranti per motivi economici dai profughi, vorrei che i canali per la migrazione economica fossero ragionevolmente percorribili. Questo alleggerirebbe il canale dell'asilo, evitando che venga percorso da persone che di per se' non hanno un bisogno urgente di protezione. Immagina, al contrario, che la migrazione economica dei cittadini comunitari fosse impedita: ci ritroveremmo con varie centinaia di migliaia di rumeni che affermano di essere perseguitati da nuclei residui dei servizi segreti di Ciausescu, e dovremmo impiegare un sacco di energie per dar loro accoglienza, esaminare le domande di protezione una per una, garantire il diritto di ricorso giurisdizionale, etc.
      • Alberto Chilosi Rispondi
        Apparentemente la maggior parte degl iimmigrati clandestini non sono quelli che traversano illegalmente la frontiera, ma i cosiddetti "overstayers". Se si garantisse con maggiore facilità i visti per gli extracomunitari in cerca di lavoro come proposto, cosa ci garantisce che in realtà il problema degli "overstayers" non sarebbe semplicemente moltiplicato?
        • Sergio Briguglio Rispondi
          All'atto dell'ingresso per ricerca di lavoro si farebbero depositare impronte, copia del passaporto e risorse atte a coprire le spese di rimpatrio. In caso di overstaying, la persona sarebbe, ove necessario, rimpatriata senza bisogno di detenzione e senza oneri per l'erario.