
La crisi finanziaria che stiamo vivendo in questi giorni, delle cui motivazioni si è già tanto scritto, offre diversi spunti anche positivi sui quali riflettere:
- la capacità del capitalismo di riconvertirsi rapidamente, di rinunciare a dogma ed assiomi per la risoluzione di problemi strutturali e congiunturali;
- la tenuta del sistema finanziario ed economico occidentale, pronto ad affrontare importanti perdite economiche senza sfaldarsi, dimostrando che il capitalismo occidentale riesce ad autocorreggersi, autoregolarsi, imparando dall'esperienza;
- la sorprendente elasticità, anche in assenza di particolare prontezza, dei paesi UE nel dare risposte omogenee e congiunte per affrontare i problemi della crisi.
Il vincitore di questi giorni è forse proprio rappresentato dalle fondamenta del nostro sistema economico e finanziario, che regge, ad oggi, di fronte al sisma dei prodotti strutturati, cambiando arredamento, proprietari, ma camaleontico ed a tutt'oggi senza alcuna alternativa competitiva nel mondo in termini di sviluppo umano.
L'Italia potrebbe utilizzare questo momento storico per effettuare le riforme economiche che le servono per ridare competitività al sistema; infatti, ristrutturare, quando tutti lo fanno, permette di compiere i passi con più calma, senza dover troppo rincorrere o correre nei confronti dei Paesi che, rispettivamente, precedono o inseguono nella scala dello sviluppo.
Un'idea che ho avuto sin dall'inizio dell'attuale crisi, è che essa sia anche un effetto della bassa crescita degli ultimi anni, in generale nel mondo occidentale: dopo la rivoluzione tecnologica degli anni '90, il mondo non ha trovato la strada di una nuova rivoluzione industriale che potesse alimentare nuovi ed importanti consumi.
Forse il governo di Obama negli USA riuscirà ad essere ricordato nella storia come un successo se riuscirà nel suo obiettivo più pratico e possibile, all'interno della democrazia americana: quello di far transitare gli USA, e poi il resto del mondo, verso nuove forme di energia alternative al petrolio entro il 2011, in misura significativa. L'obiettivo del suo secondo ed eventuale mandato potrebbe essere poi quello di arrivare nel pieno di questa rivoluzione industriale basata su un nuovo utilizzo delle risorse.
Lo sciopero é un diritto: nel secolo scorso ha consentito la sconfitta di abusi indicibili, ed ancora oggi è una forma di lotta che difende diritti inalienabili dei cittadini lavoratori. Premesso questo, lo sciopero nei pubblici servizi è oggi divenuto violenza contro i diritti della maggioranza per scopi particolari, con grave violazione della Costituzione Italiana che sancisce la democrazia come libertà di tutti fino a che non lede il diritto di altri. Rappresenta inoltre un danno per tutta la comunità nazionale attraverso la riduzione del PIL e quindi l’aumento conseguente del deficit sprecando letteralmente risorse di tutti. La soluzione non potrebbe essere quella di trasformare lo sciopero da “evento negativo” in “evento positivo” ? I lavoratori dichiarano singolarmente la loro adesione allo sciopero, ma lavorano normalmente. Il datore di lavoro dovrà sborsare per ogni aderente il 150% ( a proprio danno), versando il solo 50% al lavoratore (a suo danno), ed il 100% ad un fondo che potrebbe essere la CIG come pure la ricerca sul cancro, o magari un supporto sociale ai meno abbienti. In tal modo sia il datore di lavoro che il dipendente avrebbero interesse a far durare lo sciopero il meno possibile, ma gli utenti non subirebbero alcun danno, anzi, ne fruirebbe la nazione intera.
Brunetta dice: i fanulloni sono tutti di sinistra..... E' una frase un pò pesante detta da un ministro ed è anche un mezzo passo falso. Non aumenterà di certo l'apprezzamento per il suo operato. In effetti .... pensandoci bene sono convinto che una moltitudine di italiani la pensi allo stesso modo del ministro; però non lo dice perchè pensa di avere qualcosa da perdere. Ma domandiamoci come mai molte persone si sono fatte questa idea. Occorre andare indietro negli anni, 30 o 40 o forse di più.... Allora il pubblico impiego era mal pagato ( molto ma molto piu' malpagato di ora). Mentre il lavoro presso enti e società private era pagato di più, ma erano richieste prestazioni piu' adeguate ( occorreva lavorare di più) cosi... che il pubblico impiego è diventato per molti un ripiego per i soggetti che 'pretendevano' un posto sicuro anche con una retribuzione bassa, ma anche con una orario ridotto ( le famose 6 ore). Poi ovviamente i più intraprendenti potevano svolgevano qualche altra attività (con la copertura di parenti o famigliari). Il "posto pubblico" per questi soggetti serviva per i contributi, la pensione, le malattie ecc. ecc.. Questi molti lavoratori pubblici avevano certamente perseguito nei loro sogni la 'civiltà dei diritti' ( leggi: un posto per tutti) ma mal digerivano e mal digeriscono la 'civiltà dei doveri'.
Forse molti non l'hanno ancora capito ma l'iter delle manovre berlusconiane è semplice: Primo rompere l'unità sindacale e c'è già quasi riuscito, anche se Epifani c'è cascato. Fare accordi separati con i vari sindacati ora più indeboliti di prima. Promettere agevolazioni sottobanco agli altri sindacati. E qui Bonanni e Angeletti hanno collaborato notevolmente. Spezzettare i contratti in modo che nessuno avrà niente e tutti si dovranno accontentare di poco. In tal modo grande successo della Mercegaglia che dirà, visto che avevo ragione! con la mia politica del decisionismo ho riportato la forza del capitalismo ai livelli prefissati. E' vero che siamo in momenti difficili ma i sacrifici li devono fare tutti non solo i lavoratori dipendenti e i pensionati. Quando Lui avrà spaccato il sindacato la maggiore forza di opposizione concreta non potrà più appoggiare qualunque tipo di protesta e a poco a poco il governo diventerà una verà dittatura strisciante o no ma sempre dittatura è. La sua esuberanza lo proietta lancia in resta verso avventure pazzesche come quella di ergersi a mediatore tra Russia e Stati Uniti a scavalcare l'Europa per negoziare con la Turchia il suo ingresso nel mercato nel mercato europeo.
Cari studenti, ho 35 anni e vi scrivo da Monaco di Baviera, dove risiedo per i soliti motivi che hanno spinto molti “cervelli” a lasciare il nostro paese. Non mi soffermerò sulle ragioni della mia scelta in quanto so che anche voi giovani che ancora non avete terminato il corso di studi siete gia’al corrente della situazione della ricerca e del mercato del lavoro in Italia. E' di voi che voglio parlare, del vostro presente, del vostro futuro. Seguo con emozione il movimento di protesta: avevo creduto che ormai la gioventù italiana fosse stata condotta ad arte verso un prigro ed inesorabile qualunquismo, strumentale al mantenimento di privilegi e potere nelle mani dei soliti noti. Ho visto il ruolo della politica ridursi ad una partita tra pochi, mossi da interessi corporativi e ben attenti a non permettere l’accesso a giovani menti che possano ridare fiducia e mezzi a chi in Italia ha ancora idee, aspira ad una societa’ meno ingiusta, si muove nel solco della legalità. Avrei bisogno di incontrarvi tutti, di avervi di fronte a me per urlarvi che non dovete mollare. Non dovrete mai permettere che i vostri diritti di giovani esseri umani oltre che di studenti vengano ulteriormente ignorati da una societa’ che vi sfrutta e si disinteressa del vostro futuro. Come i vostri coetanei tedeschi, inglesi, francesi, etc. avete diritto ad accedere ad una istruzione di qualita’ a prescindere dalle possibilità economiche della famiglia di provenienza. Avete diritto ad essere premiati quando avete fatto bene, cosi’ come a veder evidenziati i vostri errori per non doverli commettere ancora. Avete diritto a professori competenti che non abbiano tutti lo stesso cognome, orientati all’innovozione, che sappiano riconoscere il talento e valorizzarlo al di fuori di misere logiche baronali. Avete diritto a poter pensare allo studio come ad un investimento su voi stessi che possa aiutarvi non soltanto a collocarvi al meglio in un mercato del lavoro sempre piu’ dequalificante ma a realizzare i vostri sogni, a fare cio’ che vi piacerebbe fare. E’ proprio questa la maggiore differenza che io noto nel contemplare voi a confronto con altri coetanei europei. Negli ultimi anni si e’ diffusa ormai in Italia una tendenza al raggiungimento di obbiettivi di minimo sostentamento, di posizioni lavorative pseudo-privilegiate che mettano al riparo dalla sconcertante brutalita’ del mercato del lavoro. Ma voi avete dei sogni!!! E’un vostro diritto poter pensare che stringendo i denti e facendo le scelte giuste sia ancora possibile volare alto e arrivare a fare da grande l’astronauta o il pompiere. Non dimenticate i vostri sogni, sono proprio questi che vi differenziano dai geronti che paralizzano la nostra società e che fanno di voi una speranza per tutto il paese. Concludo con una raccomandazione: vi ricordo che proprio all’interno della scuola e dell’universita’ si sono annidate in passato - e succede ancora oggi - le maggiori resistenze all’introduzione di criteri meritocratici che favorissero la qualita’. Cosi’ come rifiutate una etichetta politica – ma ciò non è altro che il segno della crisi della politica italiana, in quanto le vostre idee sono di per se “politiche” – dovreste anche a mio avviso mettere a fuoco quali siano state le dinamiche che hanno condotto l’istruzione pubblica alla situazione attuale. Sarebbe una facile bugia scaricare tutte le colpe sull’attuale governo, che ovviamente non intendo in alcun modo difendere. Dovete ripartire dalla comprensione di quei fenomeni storici, politi e sociali che nel corso degli ultimi venti anni hanno portato questo paese al declino. Solo cosi’ potrete agire in futuro con lucidità e consapevolezza. Vi auguro buon lavoro!
Negli ultimi tempi in Italia si è andato formando un largo consenso, politicamente e socialmente trasversale, sulle tematiche del merito e della produttività. Si sostiene infatti da più parti (organizzazioni datoriali e sindacati, partiti di destra e di sinistra) che per risolvere una serie di problemi che vanno dalla scarsa crescita economica alla disoccupazione, dalla precarietà del lavoro alla perdita del potere d’acquisto dei salari, alla depressione dei consumi, occorra “premiare il merito” e “aumentare la produttività”. Difficilmente però dagli slogan ripetuti acriticamente si scende al livello dell’analisi per cercare di capire cosa si celi dietro queste parole. Il consenso è ormai diventato senso comune e come di solito accade il senso comune non necessità di argomentazioni particolari perché possa essere utilizzato agevolmente da chiunque per il perseguimento dei propri fini. Ed ecco allora, ad esempio, le proposte, apparentemente sensate e giuste, di legare il salario alla produttività. Sarebbe interessante invece aprire un serio dibattito su come si debbano intendere merito e produttività e su quale sia la relazione tra i due concetti che non è per nulla così lineare e scontata come in genere si pensa. Siamo sicuri infatti che un lavoro “meritorio” sia davvero “produttivo”? Ma cos’ è poi un lavoro meritorio? L’utilità sociale di un’attività lavorativa ha o no qualcosa a che fare con il merito? E come si misura la produttività? Ma soprattutto come si compara la produttività tra aziende, settori e prodotti diversi? Utilizzando il metro del denaro? Ma allora i lavoratori impegnati nei servizi pubblici non sono produttivi perché il prodotto del loro lavoro non è venduto sul mercato? E i lavoratori che producono beni e servizi che hanno un mercato che non tira sarebbero dunque meno produttivi, a parità di impegno profuso, di coloro che producono per un mercato che invece tira? E quanto conta la dotazione iniziale di ognuno in termini di capitale economico e sociale, che a rigor di logica nulla dovrebbe avere a che fare con qualsivoglia valutazione del merito, ma che finisce inesorabilmente per determinare il successo sul mercato del lavoro e quindi in qualche modo la presunta “meritorietà” e la “produttività” dei soggetti? Tutte queste domande problematizzano alquanto la tematica in questione e mettono in discussione i discorsi di senso comune circolanti in materia. Ma oltre alle domande vi è anche qualche certezza che si finge troppo spesso di ignorare. Coloro che sostengono le tesi dell’aggancio dei salari alla produttività non fanno forse finta di non saper che la produttività del lavoro dipende da fattori in gran parte indipendenti dalle motivazioni e dalla volontà dei lavoratori e legati invece a scelte organizzative e di investimento, a strategie di marketing e a politiche aziendali? Insomma mi sembra del tutto evidente che certe proposte non si fondano su argomentazioni solide e sostenibili, ma su assunti ideologici e propagandistici che nascondono più o meno subdolamente e più o meno efficacemente obiettivi di compressione ulteriore del costo del lavoro complessivo e di ulteriore asservimento dei lavoratori e dei loro bisogni, desideri, aspettative, e persino della loro dignità, alle logiche e agli interessi delle imprese.
Il nostro governo tentenna sul tema aiuti per la rottamazione auto. Eppure a me sembra un tema molto semplice.E il paragone fra mercato dell'auto francese ed italiano dovrebbe far superare le remore dei nostri governanti: infatti il calo del mercato francese al 31.10 è del7% contro il 18% di quello italiano, perchè in Francia esiste una norma che aiuta a rottamare auto inquinanti. Ed allora due considerazioni. Chi produce le auto? Non solo i lavoratori delle case automobilistiche, ma anche quelli dell'indotto. Quindi un numero rilevante di lavoratori che finirebbero in CIG o sul lastrico se il mercato calerà drasticamente. E quindi contribuirebbero a far calare i consumi, rafforzando la spirale involutiva dell'economia. Seconda considerazione, anche essa elementare, quasi banale. Si discute di ridurre CO2 ed inquinamento. A tal fine occorre svecchiare il parco auto, ostracizzando le auto EURO 0, 1 e 2, sostituendole con altrettante conformi a EURO 4 e 5. Queste vendite addizionali generano gettito addizionale di IVA. Quindi, fino alla concorrenza di almeno 1500 euro il contributo alla rottamazione viene pagato dal maggior gettito di IVA. Detto per inciso anche un contributo all'acquisto di auto nuove (magari con un limite di cilindrata), favorirebbe l'occupazione senza costo. Non resta che augurarsi che il buon senso prevalga e gli incentivi vengano concessi rapidamente, perché l'incertezza sarebbe controproducente. Franco Benoffi Gambarova
La crisi del settore finanziario con la forte vischiosità nella concessione dei prestiti fra le banche e verso le imprese sta creando le difficolta' all'economia reale che sono sotto gli occhi di tutti. A ciò si aggiungono anche altri fattori, fra cui le dimensioni anomale del leverage e dello stesso settore finanziario in taluni Paesi - USA in testa. La vischiosita' dipende,come è noto,dalla diffusa presenza di titoli tossici, che spaventano i lenders. I massicci interventi di Governi e Banche Centrali - immissione di liquidità, garanzie,ecc. - hanno arrecato sensibili benefici, ma la vischisità perdura . La cosa potrebbe andare anche molto per le lunghe. Mi domando perciò se non sia possibile quantomeno alleggerire il carico dei titoli tossici in circilazione .Qualche banca USA già da qualche tempo sta ristrutturando a ritmo serrato elevate masse di propri mutui in sofferenza. Qualche cenno in tal senso è stato fatto anche durante la campagna elettorale USA. La cosa non è semplice né priva di controindicazioni, ma se fosse possibile mettere a punto gli strumenti adatti , i benefici supererebbero di molto i costi. Lo Stato potrebbe acquistare e gestire mutui in difficoltà , oppure potrebbe operare attraverso le stesse banche creditrici mediante agevolazioni che rendano sostenibili i mutui; cosi' consentirebbe ai mutuatari di rientrare nelle loro case e riprendere il pagamento delle rate (ridotte). Ne conseguirebbe un allentamento della tensione sui tassi e quindi un circolo virtuoso con effetti benefici su tutta l'economia ed anche sui prezzi degli immobili. Naturalmente la cosa è assai complessa da attuare e non priva di rischi; ma se fosse attuabile attaccherebbe il male alla radice, se non per eliminarlo, almeno per alleggerirne il peso. Il resto potrebbe farlo il circolo virtuoso.
Caro professor Boeri, mi complimento per lo splendido articolo su repubblica di oggi che condivido in pieno. Il problema italiano non è quello di scimmiottare Obama, ma di creare le condizioni che rendono possibili i grandi cambiamenti e le grandi innovazioni. Sono sempre stato convinto che la chiusura del sistema politico è la cupola che mantiene ingessata tutta l'Italia. Ed è quindi da qui che bisogna iniziare. Si tratta di importare in italia le regole della democarzai americana. Riuscimmo a farlo in parte con i referendum del 90, con la elezione diretta del sindaco e del governatore e col collegio uninominale maggioritario. Da allora purtroppo si sono fatti passi indietro. Ma nonostante tutto credo che adesso, proprio per l'effetto contagioso di questo evento straordinario, si riaprano spazi....
In rete oramai si trovano tonnellate di siti che si occupano di signoraggio. Il tono della maggior parte di questi mi fa pensare che per la maggior parte si tratti di spazzatura. Ho cercato una trattazione autorevole da parte di una fonte indipendente che spieghi correttamente i termini della questione, ma non sono riuscito a trovarne. Vorrei quindi suggerire un articolo che faccia chiarezza su un tema di cui ormai si sono appropriati troppi ciarlatani e sedicenti esperti. Grazie